“La politica da noi? Si urla e non si arriva mai a nulla”

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Una nuova edizione di Rischiatutto, a 42 anni dall’ultima puntata della quinta edizione, l’ultima. Un programma che ha fatto la Storia non solo della tv,  ma del costume italiano. A 46 anni dal primo “Allegria” di quella prima puntata, urlato dall’eterno Mike Bongiorno, il programma torna in prima serata su Rai1 con Fabio Fazio il 21 e il 22 aprile.

Nella serata, oltre ad alcuni nomi noti dello spettacolo, rivedremo gli ex campioni. Tutti si confronteranno nelle tre celebri fasi del gioco: le domande preliminari, il tabellone e le domande in cabina.  Il 22 aprile, invece, si giocherà la prima vera puntata del nuovo Rischiatutto e il pubblico vedrà i primi nuovi aspiranti campioni. 

A Duccio Forzano, già nella sala bottoni di “Che tempo che fa” e di tantissimi varietà italiani targati Rai (ma non solo), il compito di sostituire lo straordinario lavoro di Piero Turchetti, uno dei “padri” della regia televisiva in Italia. E promette innanzitutto “rispetto”, ma anche modernizzazione e attenzione.

Avete un po’ di timore reverenziale nei confronti di questo programma considerato spesso, televisivamente parlando, “sacro”?

Ho un grosso rispetto per il lavoro svolto in quegli anni dalla Rai. Noi siamo avvantaggiati: dal punto di vista tecnologico, in questi 40 anni, ci sono stati tantissimi progressi. La scenografia è quella di allora, senza artifizi, al posto della retroproiezione ci sarà un led. E stiamo lavorando anche per omaggiare la regia di allora. E’ come se avessimo un’auto d’epoca: non la useremo mai in autostrada correndo a 300 km/h.

Fazio/Bongiorno: vogliamo fare un confronto?

Non parlerei di confronto. Lui sta lavorando in punta di piedi: è consapevole che Mike è uno dei capisaldi della tv italiana.

Cosa vedremo durante le serate speciali? Ci sono delle novità?

La novità è che si vedrà in colori  e non in bianco e nero (ndr, ride). I loghi del tabellone, la sigla, le cabine, i suoni dei pulsanti: stiamo svolgendo un grande lavoro di ammodernamento. Di più non posso dire.

"Rischiatutto" con Mike Bongiorno
“Rischiatutto” con Mike Bongiorno

Rischiatutto a parte, qual è stato il programma della storia televisiva a cui sei rimasto più affezionato?

Io sono rimasto folgorato da “Non Stop”, andato in onda tra il 1977 e il 1979. C’erano gli innovativi balletti di Stefania Rotolo; la regia sembrava un lungo piano sequenza dove il pubblico sembrava muoversi per andare ad applaudire i comici; c’era un grande lavoro di scrittura dei comici stessi, con un cast che vantava nomi quali “La Smorfia”, “I Gatti di Vicolo Miracoli” e Carlo Verdone. Non posso dimenticare neanche i grandi varietà del Maestro Antonello Falqui, con quei confronti a due tra Mina e Lupo: erano seguiti con una sola camera e duravano 10 minuti, eppure non ti annoiavano mai. Falqui è stato il primo in tutto.

Durante la tua carriera hai lavorato con i più grandi nomi dello spettacolo italiano: da Bonolis a Panariello, da Fiorello a Morandi, e tanti altri ancora. C’è qualcuno con cui vorresti collaborare di nuovo?

Con Rosario Fiorello: noi ogni tanto ci sentiamo, per caso, e con lui ho imparato moltissimo. Soprattutto a gestire le inquadrature per adeguarle ai monologhi comici.

Per “Che tempo che fa” avete mai avuto pressioni politiche?

No, che io sappia non ci sono mai state. Abbiamo però molti problemi durante la campagna elettorale a causa della par condicio.

Che tipo di sensibilità bisogna avere quando si parla di questi argomenti in Italia?

Tanta, e sono anche stanco di ciò. Da noi la politica è sempre e soltanto propaganda: si urla e non si arriva mai a nulla. Io credo che questa “sensibilità” non debba averla la trasmissione, ma dovrebbe partire da chi la politica la fa. Noi siamo solo dei menestrelli che raccontano le cose che accadono.

Cosa nei pensi della cosiddetta “tv del dolore”, di questo accanimento nei confronti di storie e personaggi?

Io cerco sempre di rispettare gli ospiti e le loro emozioni: se si commuovono, non mi piace stringere volgarmente su di loro. Bisogna sempre stare in punta di piedi, senza violentarli. Allo stesso modo quando sono in regia: ascolto il dolore del racconto e lo seguo, ma con rispetto. L’ho fatto anche con Crozza, durante la sua partecipazione a Sanremo 2013: non ho inquadrato i suoi contestatori, seppure avessi potuto farlo. Lui può piacere o non piacere, ma trovo comunque irrispettoso interrompere il lavoro di qualcuno.

Dal punto di vista contenutistico, invece, cosa pensi dell’approfondimento di programmi quali “Porta a porta”?

L’approfondimento in genere mi piace, soprattutto quello proposto da programmi come “Super Quark”, ma da Vespa, lo seguo spesso, l’ho trovato rarissime volte. Questo genere di programmi, se l’argomento è interessante e gli ospiti consentono una riflessione, mi piace. Ma se è solo fuffa, allora cambio canale.

Duccio Forzano in cabina di regia
Duccio Forzano in cabina di regia

“Che tempo che fa” è stata più volte sotto attacco, anche da volti noti di “Mamma Rai”, per gli ospiti di altissimo livello e per i presunti budget milionari stanziati per questi: invidia o verità?

La maggior parte di questi viene a presentare un libro, un cd o un film, quindi sono in promozione e non vengono pagati. Abbiamo avuto anche tanti ospiti internazionali, con grandi colpi come Madonna o U2. Non so se loro si siano fatti pagare, ma non ci troverei comunque nulla di male.  

Mi racconti la tua esperienza con “L’amore è sordo”, questa sitcom del 2012 targata Rai che ha affrontato il delicato problema della sordità?

E’ stata un’esperienza bellissima: gli attori erano quasi tutti sordi, e non era facile comunicare con loro. Eppure erano meravigliosi. La delusione è stata tanta perché speravo che proseguisse: volevo raccontare ancora di questi problemi, volevo ancora divertire affrontando questi argomenti.

Torneresti a fare sitcom, o magari una fiction televisiva?

Pensa che ne sto scrivendo una. Ho già fatto diverse web series: la tecnologia ci permette di farlo in maniera leggera ma con alta qualità. Sì, lo farei subito.

Tempo fa hai dichiarato che saresti pronto per il cinema.

Nel 2003 ho fatto un film, “Ventitré”: mi sono divertito e ho imparato molto. Ho scoperto che è molto più difficile fare Sanremo che un film. Se ci fosse l’opportunità di lavorare con una sceneggiatura interessante e in tranquillità, sì, lo farei subito.