“Quella volta al Festivalbar…”

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La cantante toscana, partita con un nuovo progetto di videoarte musicale, ricorda tutte le volte che, tra cinema e tv, si è cimentata in nuove forme di spettacolo…

Un viaggio alla scoperta di nuovi luoghi e particolari sonorità, con interessanti sperimentazioni e inedite forme di entusiasmi artistici. Non è facile definire l’esperimento che ha provato Irene Grandi, assieme ai Pastis: “Lungoviaggio”, questo il nome, è uno spettacolo-laboratorio interattivo tra suoni e immagini del quotidiano, andato in scena a Roma al Quirinetta Caffè Concerto. A metà tra spettacolo ed evento, tra laboratorio e concerto, è una serata all’insegna della videoarte musicale, dove i volti degli spettatori, le parole e la musica,  si fondono in un’unica performance interattiva. E così quell’urlo da mercato rionale, il saluto da una cartolina, quello stentato italiano di uno straniero, tutto si tramuta in musica e parole. Anche le immagini “si suonano e si cantano”, e il pubblico applaude a se stesso, mentre la candid camera diventa trasmissione reale di paure ed emozioni.

Qual è il bisogno che è alla base di questo innovativo progetto artistico?

Amare sempre quello che faccio: la sperimentazione per gli artisti è la parte che ci piace di più. Ci permette di intraprendere strade nuove, inesplorate, ci dà carattere e originalità. Inoltre ho sempre amato le cose genuine, vere, e il viaggio é sempre stato il mio modo di vivere. I teatri, inoltre, sono luoghi ideali per la contaminazione: il nostro è uno spettacolo contemporaneo, perché c’è liquidità: è musica e video, estetica e realtà.

Non sei nuova in fatto di sperimentazione: risale a 20 anni fa il tuo debutto cinematografico al fianco di Abatantuono e diretta da Veronesi in “Il barbiere di Rio”, dove hai interpretato un angelo custode. E poi niente più?

Non mi sono mai arrivate altre proposte da dire “wow”: a me piace recitare le mie canzoni, interpretarle, è nel mio stile, e mi viene normalmente. Ma più cresco e meno ho la forza di spostarmi da una parte del palco, quindi studio nuove forme di movimento, con una impostazione più teatrale. Comunque sì, se mi facessero qualche proposta interessante l’accetterei: finora non c’é stato nessun regista che ha voluto credere in una grande attrice come me (ndr, ride).

Irene Grandi ne "Il Barbiere di Rio"
Irene Grandi ne “Il Barbiere di Rio”

Cosa ti attirerebbe in particolare?

Mi piace quando il cinema racconta l’Italia difficile, come quella rappresentata nei film con Valerio Mastrandrea o Elio Germano. Mi piacciono molto loro, ma anche Micaela Ramazzotti, Valeria Golino, Isabella Ferrari. Ecco, vorrei fare una puntata di “In Treatment”, con Sergio Castellitto: una serie fatta davvero bene.

Basta che non siano cinepanettoni.

No, non ce la potrei fare.

Ti sei buttata anche nella conduzione televisiva, già nel 2004 con Festivalbar, al fianco di Marco Maccarini, anticipando tutte le tue colleghe che hanno abbandonato i microfoni delle sale registrazione per quelli di talent e show. Cosa ti rimane di quell’esperienza?

Non fu quello che mi aspettavo: Nicola Savino era gasatissimo quando mi presentò il progetto, perché parlava di una conduzione molto musicale. Una specie di musical, con duetti e sperimentazioni: avrei dovuto interagire con Maccarini e con tutti gli artisti, prima delle loro performance. In realtà si combatteva, fu molto difficile. Savino non fu confermato per l’anno successivo, e me ne diede la colpa (ndr, ride) mentre io mi sono auto censurata: mi sono accorta che fare la conduttrice, a livello di energie e professionalità, era tutta un’altra cosa rispetto a fare la cantante. Quel mix che per Festivalbar pensavamo potesse essere perfetto non si poteva fare. Poi, quando hanno iniziato a chiedermi cosa volessi fare tra conduttrice e cantante, ho fatto la mia scelta.

In questi anni sono cambiati molto anche i mezzi per fare e diffondere la musica: da YouTube a Spotify, come vedi questi nuovi strumenti in mano alle nuove generazioni di cantanti?

Male. Anche quando ho iniziato a fare musica io c’erano quelli che cercavano canali alternativi a quelli classici, non riuscendo a fare quasi niente. Oggi é come allora: i mezzi cambiano, ma sono in pochissimi quelli che ce la fanno.