Palmira e l’ipocrisia dell’Occidente

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KHALED
Khaled Assad era un archeologo. Anzi era l’archeologo. Era il più famoso archeologo siriano, uno dei maggiori studiosi al mondo; l’uomo che per 40 anni aveva custodito e amato Tadmor, l’antica Palmira. Fu grazie ai suoi studi che il sito fu riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
Membro del partito Baath e fedele di Assad, quando sopraggiunsero le orde del Califfato, lui non scappò: ad ottant’anni rimase lì a fronteggiare l’orrore.
Nei mesi precedenti aveva nascosto le opere più preziose perché non andassero distrutte dalla follia iconoclasta jihadista. Quando fu catturato decise di non rivelare ai suoi aguzzini dove le aveva nascoste; lo torturarono e lo decapitarono pubblicamente davanti a quel Museo che era la sua casa, appeso ad una colonna romana. Così morì “il custode del museo di Palmira” e la sua storia commosse il mondo.
Ora per lui, nel paradiso dei veri martiri, sono giorni di festa: l’immagine delle bande mercenarie di Daesh in fuga mentre l’esercito siriano libera la sua città rende onore a questo silenzioso eroe.

Con la caduta di Palmira, anche quella parte di Occidente “distratto” iniziò ad accorgersi dell’orrore del Califfato. Il video dei 25 soldati siriani che l’Isis fece giustiziare da un gruppo di adolescenti nell’anfiteatro romano davanti alla folla che assisteva allo “spettacolo”, lasciò senza fiato.

LA “TACITA ALLEANZA” USA/ISIS
Palmira cadde nelle mani dell’Isis nel maggio del 2015 dopo settimane di furiosi combattimenti con cui i soldati di Assad e i volontari siriani cercarono di fermare l’avanzata dei tagliagole del Califfato.
La coalizione anti-Isis a guida Usa restò a guardare, non fece nulla per tagliare i rifornimenti alle spalle dell’Isis o fermare con i raid aerei l’avanzata. L’obiettivo americano era la caduta di Assad anche se questo avrebbe significato far dilagare l’Isis fino al Mediterraneo.
Anzi, un mese dopo, nel momento in cui l’esercito siriano stava organizzando la riconquista, gli strateghi di Washington pensarono bene di lanciare l’offensiva contro Assad al nord, nella provincia di Idlib; lì, le bande di Al Qaeda armate dalla Cia che l’Occidente chiamava “ribelli moderati”, con la copertura della Turchia provarono a sfondare nel momento di massima debolezza dell’esercito siriano: l’obiettivo era raggiungere Latakia. Lo Stato Maggiore di Assad dovette perciò spostare le sue forze in quella zona e Palmira rimase nelle mani del Califfato. Più che una coincidenza sembrava una tacita alleanza tra Usa, Isis e Al Qaeda.

Ma fu l’errore cruciale.
La Russia decise di scendere in campo su richiesta del governo siriano e per difendere i suoi interessi in Siria (basi militari a sud di Latakia) ribaltando in pochi mesi l’esito di una guerra che sembrava segnato.

LA MANIPOLAZIONE
Fu allora che l’Occidente diede il meglio di sé nell’arte della manipolazione della verità: ve lo ricordate il governo americano dire che Putin e Assad erano in combutta con lo Stato Islamico?
Ve lo ricordate il premier britannico Cameron affermare che l’Isis cresceva a causa delle politiche repressive di Assad contro il suo popolo (dimenticando che quel popolo combatteva con Assad e l’Isis era formato da reparti mercenari, foreign fighters e ribelli sunniti)?
Ve li ricordate i menestrelli dell’ipocrisia occidentalista dire che l’intervento russo avrebbe aiutato l’Isis?
Io si, li ricordo bene. Ora che persino l’Onu è costretto a riconoscere i meriti di questa vittoria, rimane in imbarazzato silenzio.

La realtà è che se Palmira è tornata libera e lo Stato Islamico ha subìto la più cocente sconfitta di questa guerra è grazie al coraggio dei siriani e alla efficacia dei russi.
L’Occidente non ha alcun merito perché in questa lotta tra libertà e barbarie, per bieco calcolo o stupida viltà, ha deciso di non schierarsi dalla parte della libertà. Tradendo se stesso… e Khaled.

(dal blog di Giampaolo Rossi, L’Anarca)