“Kafka l’assicuratore? Un esempio per un’Italia senza etica”

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Una bella lezione di vita: Cesare Lanza racconta nel suo ultimo libro il grande senso dell’etica dello scrittore. E, durante l’intervista, attacca il mondo della politica e dell’editoria…

Una bella lezione di vita: in una società in cui merito e carriera, professionalità e modestia, troppo raramente vanno a braccetto, quella che Cesare Lanza ha raccontato nel suo ultimo libro, “Nel nome di Kafka – L’assicuratore” (L’attimo fuggente editore), rappresenta l’altra faccia di Kafka. Quella semisconosciuta, ma intrapresa con responsabilità e successo, da impiegato nel settore assicurativo. La ricerca del giornalista e scrittore italiano è quindi interamente dedicata ad uno degli aspetti meno noti della vita del genio del modernismo.

In realtà molti altri scrittori, artisti e poeti ebbero un lavoro impiegatizio nella loro vita: parliamo ad esempio di Balzac, Dickens, Bukowski, Dostoevskij, Stendhal, Melville, Poe, Neruda, Orwell, Saba, Collodi e Svevo. Tutti o quasi accettarono un incarico “full time” al fine di poter contare su un compenso sicuro, ma interessandosi poco al lavoro svolto. Kafka no: lui prendeva estremamente sul serio ciò di cui si occupava, come le perizie, specificità che esercitò negli ultimi anni e che amava preparare con minuziosa scrupolosità.

Cesare, da dove nasce questo tuo interesse nei confronti di Kafka?

Premetto che non sono esperto di assicurazioni, e so pochissimo di Kafka. Però mi ha affascinato il fatto che, pur detestando il suo lavoro, lo faceva con rigore, arrivando ad ottenere anche riconoscimenti e promozioni. Il suo senso del dovere è stato unico: una bella lezione.

Quanto conta il senso di dovere e il talento, l’ambizione e il merito?

Il nostro Paese non ha etica: abbiamo il senso del dovere, come altre doti, ma solo a livello individuale. Non nel pubblico. Così come l’igiene: a casa pulitissimi, per strada incivili. Così nel settore del lavoro: abbiamo sì il senso del dovere, ma inseriti in un contesto cerchiamo comunque benefici e privilegi senza pensare alla collettività. E il vertice di questa tendenza la si trova nella classe politica.

Quanto conta un compenso sicuro come quello di Kafka per fare cultura in Italia?

La necessità di conciliare il pranzo con la cena esiste per tutti. Siamo in pochi,  e io sono tra questi, a fare ciò che ci piace. La maggior parte dei giovani e degli adulti deve arrangiarsi per avere uno stipendio utile alla sopravvivenza. Quando ricevo un giovane, e sono tantissimi, che mi chiedono consigli, chiedo “che lavoro piacerebbe fare?”. La stragrande maggioranza mi risponde “qualsiasi cosa”. Una frase brutta, che scoraggia, perché fa capire che per riuscire a lavorare si è disposti a tutto. Poco incoraggiante, inoltre, perché penso che un giovane abbia bisogno di cercare una propria identità. Se non ci riesce, allora occorre adattarsi, ma bisogna anche un po’ dedicarsi.

Cosa ti ha insegnato Kafka?

Mi è piaciuta molto la sua estrema umiltà: un genio della letteratura con una totale disistima di sé. Voleva addirittura che le sue opere incompiute e non pubblicate venissero distrutte. Fortuna non andò così, grazie all’intervento del suo amico Max Brod. E dobbiamo essergli davvero grati.

L’umiltà di Kafka e l’arroganza dei giorni nostri: un bel dualismo.

Il binomio “talento/umiltà” non è una contraddizione, o almeno non dovrebbe esserlo. In genere è arrogante chi non ha talento, nei talk a fare chiasso sono quelli senza idee. Quando si ha talento e creatività, si è più sommessi e più rispettosi. Ma oggi viviamo una delle più sciagurate epoche della società italiana…

Com’è cambiato il giornalismo in questi anni?

Generalmente prima gli editori erano i proprietari di un giornale: erano questi a preoccuparsi dei conflitti. Ormai tutto è cambiato: oggi le redazioni sono in mano a industriali, finanzieri, banche, i quali hanno l’interesse del giornale come ultima risorsa. E i giornalisti sono servitori diligenti disposti ad autocensurarsi per evitare problemi: uno scenario desolante.

Qual è il prossimo passo di questo giornalismo al ribasso?

Come succede in tutte le tragedie, si arriverà a toccare il fondo: i giornali arriveranno ad un tale livello di non credibilità e di servilismo che ad un certo punto, per fallimenti o per ribellione popolare, si ricomincerà a salire. Non tutti i giornali sono asserviti: cito Il Fatto Quotidiano e Il Foglio.  Prima il proprietario di un giornale interveniva se le cose non andavano bene, ora invece è l’ultimo dei pensieri. Questo malcostume è destinato ad aggravarsi, ma mi auguro che si assisterà ad una “resurrezione”.