Elena Arvigo: “La burocrazia sta uccidendo il teatro italiano”

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Finalmente. Finalmente un’attrice vera in tutto e per tutto, in scena quanto nella nostra conversazione, in cui si è mostrata con una schiettezza che appartiene a pochi dei suoi colleghi o pseudo-tali. “Scusami, mi sono infervorata” mi dice Elena Arvigo ad un certo punto, quando parla delle condizioni del nostro teatro. Chiaramente non ha nulla da farsi perdonare, perché il fervore è dettato dalla comprensibile indignazione di chi ha scelto un mestiere privilegiato solo per pochi. Le sue considerazioni sull’impietoso stato della cultura sono una denuncia lucidissima di chi fa teatro indipendente, quel teatro che non gode dell’appoggio di nessuno, se non del pubblico. Allieva di Giorgio Strehler, Elena ha un curriculum lunghissimo. Alla voce teatro, ovviamente, l’elenco dei lavori è davvero consistente, ma non si è fatta mancare esperienze televisive (da La piovra 10 a film tv come Perlasca e Marcinelle) e cinematografiche (da Tutta la vita davanti di Paolo Virzì a Eat, Pray, Love di Ryan Murphy). Negli ultimi anni, da regista ha portato in scena Maternity Blues (from Medea) di Grazia Verasani, che verrà ripreso dal 4 al 6 marzo a Calenzano. Attualmente è impegnata anche in Donna non rieducabile – memorandum teatrale su Anna Politkovskaja di Stefano Massini, in scena dal 18 al 19 marzo a Calenzano e dal 3 al 15 maggio a Roma, in Yerma per la regia di Gianluca Merolli al Teatro Vascello di Roma a fine marzo ed in 4.48 Psychosis di Sarah Kane, ad aprile a Napoli.

Elena, quando nasce l’amore per la recitazione?

Non sognavo di fare l’attrice. Dopo il liceo classico, ho vissuto quattro anni a Londra. Ero fidanzata con un attore inglese che studiava alla Guildhall School ed è con lui che mi sono appassionata al teatro. Ma questo amore per la recitazione nasce anche dalla mia curiosità, ho sempre avuto tanti interessi: mi sono iscritta alla facoltà di psicologia, facevo danza, mi piace la fotografia. Ma tra tutte le mie relazioni quella con il teatro è l’unica che ha resistito perché mi contiene, perché in esso confluiscono tante altre cose, come lo studio dell’essere umano. Inoltre, negli ultimi cinque anni portando avanti i miei progetti posso scegliere gli argomenti che mi interessano: ogni lavoro è un viaggio verso un mondo nuovo. Penso che occuparsi dei progetti in toto faccia anche diventare attori migliori, in quanto in questo mestiere paradossalmente la concentrazione su se stessi non aiuta.

La disciplina che ti ha dato la danza ti ha aiutata anche per la tua carriera di attrice?

In realtà sono una strana disciplinata, di fondo sono ribelle. Il teatro è stato anche una fuga da una famiglia meravigliosa ma che mi ha dato una educazione severa. Il liceo classico Doria di Genova, l’università, il Piccolo, la scuola di danza con i russi, mi hanno abituata a stare in strutture rigide. Credo che le regole siano utili, ma poi debbano essere trasgredite: per fondare un esercito si deve essere prima buoni soldati.

Qual è l’incontro professionale che ti ha segnata di più?

Sicuramente con Valerio Binasco, che considero un maestro. E’ quello che ride di più se gli si dice che è un maestro, però lo è davvero. L’incontro con lui mi ha rivoluzionata. E’ un attore straordinario, bravo nello scavarti dentro. Con lui ho avuto la sensazione di essere capita e, al contempo, mi ha fatta mettere in discussione.

Sei stata diretta, tra gli altri, da Giorgio Albertazzi e Giorgio Strehler. Ti va di condividere con noi un aneddoto o un ricordo?

Albertazzi è uno dei nostri grandi attori, per i quali tutto è naturale, hanno una potenza dovuta all’esperienza. E’ interessante condividere il palco con attori di questo calibro per vedere questa sapienza che c’è nello stare in scena dopo tanti anni. Ma sinceramente non è stato un incontro fondamentale per me. Lui non è un attore generoso, dà al pubblico ma non agli altri attori. Lo ricordo solo perché è Albertazzi. Strehler è diverso, è un vulcano. Aver conosciuto un maestro come lui ti fa capire quali non sono i veri maestri. La cosa più forte che ricordo è il provino di entrata al Piccolo, che consiste in tre prove: canto, recitazione e mimo. Sono stonata come una campana, così, al momento della prova di canto, vedo l’insegnante russa che mi fa cenno di mettermi le mani dietro le orecchie per prendere qualche nota, ma io niente. Mi metto a cantare squarciagola ed a ballare per tutto il pezzo. Finisco e Strehler dice: “Ancora una volta”. Il maestro comincia a suonare ed io come una matta riprendo a cantare sempre più a squarciagola, in uno stato febbrile in cui urlavo e piangevo. Finito il brano rimango immobile, lui viene da me, mi abbraccia e dice: “Questo è teatro, non ha preso una nota ma ha dato tutto quello che aveva”. Ogni volta che ricordo questo momento penso all’insegnamento pazzesco che Strehler mi ha lasciato: il raccontare una storia con tutti gli strumenti che hai, non temendo l’imperfezione, che in noi attori fa venire fuori l’umanità.

Il nostro teatro, secondo il tuo punto di vista, in che condizioni di salute versa?

Pessimo. Lo sento sulla mia pelle, lavoriamo tanto, sempre, e siamo tutti senza soldi. Si dovrebbero fare riforme a 360 gradi per le compagnie piccole e le associazioni culturali. In Inghilterra è normale vedere compagnie piccole con una decina di attori. Da noi, invece, siamo arrivati al punto che si spera di non avere idee per non dover affrontare la messa in scena di uno spettacolo. Ormai quando si vince un bando non si sa più se è una cosa positiva o negativa, visto che c’è una burocrazia che rende tutto deprimente. Gli unici progetti che funzionano solo quelli pirateschi come, nel mio caso, Anna Politkovskaja, provata a Santa Maria della Pietà, l’ex manicomio, e partita inizialmente con sole tre date. Mi chiedo perché i teatri abbiano speso 800mila euro per uno spettacolo che non è andato neanche in tour per delle scenografie troppo grandi quando ce ne sono tanti altri che chiudono i battenti perché non gli danno 15-20mila euro. Non ha senso.

Molti cartelloni sono riempiti dai nomi celebri del piccolo schermo…

La scissione fra audiovisivo e teatro è una delle cose tristi. E’ accettabile se un produttore privato decide di ingaggiare Francesco Arca, ma se queste operazioni sono fatte dai teatri stabili, che hanno il compito di creare un lavoro per il territorio e gli attori, allora il discorso cambia. Oggi la platea sale in palco e vuole recitare, ormai gli attori non recitano più, fanno altro. Per non avere pregiudizi vai anche a teatro a vedere certi spettacoli, ma ne esci ancora più arrabbiato perché hai la conferma di quanto pensavi.

Cosa ti auguri per la tua carriera e per la tua vita privata?

Per la mia carriera mi auguro di avere la forza di proseguire in questo percorso e di fare begli incontri. Sono stanca, negli ultimi anni mi sono sentita molto sola e ho condiviso questa sensazione con altri artisti. Mentre per la mia vita mi auguro di riuscire ad avere più tempo da dedicare alle persone a cui voglio bene. Potrebbe succedere se le cose in questo lavoro così frenetico diventassero più semplici…