La storia degli “ultimi” nel viaggio di Tajil

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Due grandi occhi impolverati dall’orrore della guerra, in groppa a un cammello, scrutano la natura aspra del deserto africano, per poi scorgere un mare incantevole nella sua immensità.

E’ lo sguardo bramoso di spensieratezza di Tajil, piccolo somalo, protagonista del romanzo “Il cacciatore di meduse” (Falco Editore , pp. 391, 15.30 euro), attraverso il quale Ruggero Pegna, organizzatore di eventi nonché produttore e autore televisivo, con estrema delicatezza narra il dramma degli ultimi, dei dimenticati che quotidianamente vivono situazioni limite e si appigliano a flebili speranze di salvezza.

Io sono un bambino nero. Non so perché il mio colore è questo, ma sono contento lo stesso, perché somiglio a mamma, al nonno e a tutti quelli di Chisimaio. Se ero bianco, mi sarei vergognato sicuramente di stare là. Ora che sono grande e sono qui, non mi importa nulla se qualcuno mi chiama negro. Sono vivo e felice. E questo è bellissimo!”: così Tajil esprime la gioia di esser approdato sulle coste di Lampedusa con la sua adorata mamma e un Pinocchio di legno custodito nella borsa.

Prima di raggiungere l’isola che da anni accoglie in grembo migliaia di anime smarrite, prima di varcare la “Porta d’Europa”, celebrata nel docufilm “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, di recente premiato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, Tajil affronta i patimenti di un viaggio della speranza. Incontra la miseria che lo costringe a dormire ogni sera su una panchina diversa ma ugualmente gelida, la morte spietata che lo strappa dall’abbraccio caldo della madre e di tanti amici inghiottiti dall’impeto del Mar Mediterraneo. Ma la sete di conquista aiuta il piccolo somalo a superare paure e avversità, a balzare sul fantastico aereo del coraggio, ben più agevole del barcone sgangherato col quale si era allontanato dalla sua terra a forma di cuore,  ed atterrare in angoli paradisiaci della Sicilia, ove riesce a integrarsi tra i “bianchi”, a inventarsi un lavoro sulle spiagge di San Vito Lo Capo catturando le meduse con le mani e portandole a riva, consentendo ai turisti di tuffarsi tranquilli.

Quel mare che incuteva terrore nelle notti più buie, quelle acque cristalline sul cui fondale si sono adagiati i sogni di tanti, troppi suoi conterranei, improvvisamente, divengono il punto di ripartenza di Tajil che riesce a scorgere un futuro dignitoso, a vedere finalmente il castello incantato in cui si potranno avverare i suoi desideri.

Così, mentre la cronaca narra di infiniti sbarchi e terrificanti tragedie della discriminazione, di bambini annegati nel Mediterraneo e uomini ammassati come bestie su camion, il romanzo di Ruggero Pegna, mescolando cruda realtà e fantasia, scuote le coscienze, abbatte ogni forma di pregiudizio, ma soprattutto fa scoprire la bellezza delle diversità che si integrano.

Il piccolo Tajil rinasce nel profondo sud dell’Italia travestito da prospero nord, riuscendo a toccare il centro del cuore della gente che incontra. Una testimonianza di speranza che fa emergere come “c’è per tutti un sud da cui partire e un nord in cui arrivare”.