Superpoteri, budini alla vaniglia e periferia: arriva il Jeeg Robot di Mainetti

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Vige il luogo comune che il cinema italiano sia in crisi. Di certo ancora non sappiamo se Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti possa essere definito un’eccezione – lo dirà ai posteri la storia del cinema – ma senza ombra di dubbio è un’opera prima eccezionale.

Dopo esser stato presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma, arriva in sala grazie a Lucky Red; vi consigliamo di non perdervelo perché è un esordio che ha tutte le carte in regola per essere sostenuto e apprezzato. Leggendo il titolo penserete che magari possa essere un remake del manga “Jeeg robot d’acciaio”, non è così, c’è un lavoro più profondo in quest’opera e quella figura che ha dato vita alla serie televisiva anime resta in sottotraccia e, a volte, esplode con uno sguardo radicato nell’Italia di oggi.

Lo chiamavano Jeeg Robot racconta la trasformazione di Enzo Ceccotti (un Claudio Santamaria in stato di grazia). Non si tratta di un mero e lineare coming of age, il tutto avviene grazie a una sostanza radioattiva con cui entra in contatto, oltre che per merito di chi gli gravita attorno nel bene e nel male.

Si parte subito di corsa, con l’uomo che fugge dalla polizia e guarda caso incrocia un corteo che urla “basta bombe, basta violenza”. Con la speranza di seminare i suoi inseguitori si ritrova a cadere nelle acque del Tevere e con un battito di ciglia ci ritroviamo a Tor Bella Monaca. L’unica reazione che ha in seguito a quel bagno sono brividi e altre esternazioni che non lo insospettiscono più di tanto. Solo quando, dopo una caduta dal nono piano, riapre gli occhi, lì comprende che qualcosa in lui è cambiato.

Enzo vorrebbe utilizzare questa forza sovrumana per continuare i furti con cui cerca di sopravvivere, lui non aspira a far parte di grossi giri, è chiuso, forse anche un po’ misantropo e non ambisce al potere su Roma. D’altro avviso è lo Zingaro (un sempre più stupefacente Luca Marinelli) che vuole far la svolta, spinto dal desiderio di far le scarpe al clan a cui soggiace.

Trattandosi di un mix di generi perfettamente riuscito non vogliamo neanche rivelare troppo lo sviluppo del plot che risponde a dei canoni, come la figura della donna amata, ma al contempo li rovescia. Già sul piano della sceneggiatura (scritta da Nicola Guaglianone e Menotti) tutto è curato  nei minimi dettagli, non c’è una sbavatura, ogni battuta in bocca ai personaggi è credibile per ciò che rappresentano in sé e nell’economia del racconto.

Mainetti aveva già dimostrato con i suoi corti precedenti di avere stoffa da vendere, occupandosi anche delle musiche oltre che della produzione. Il suo ultimo lavoro prima de Lo chiamavano Jeeg Robot , “Tiger Boy” narrava la storia di un bambino che riproduceva la maschera del suo idolo “Il Tigre”, un wrestler romano di Corviale. Ci sono dei fili rossi che tornano; il regista romano ha questa capacità di dar spazio e voce all’humus delle periferie, unendo anche i richiami al nostro immaginario come quello dei supereroi. Ma chi è un supereroe oggi? Prova a trasmetterlo Alessia (un’Ilenia Pastorelli in parte pur se al suo debutto) che con sguardo trasognato, ferita per le perdite subite, continua ad essere pura e a guardare il mondo che la circonda con occhi diversi da quelli disincantati di Enzo Ceccotti.

Il nostro uomo, in modo abitudinario, mangia dei budini alla vaniglia (anche quando potrebbe permettersi ben altro) e ad un tratto si ha quasi la sensazione che diventino ciò che erano gli spinaci di braccio di ferro. In realtà la forza è data da qualcosa di sporco.

C’è un momento in cui Marinelli, con le fattezze di un moderno David Bowie, intona “Un’emozione da poco” di Anna Oxa contribuendo a far vivere allo spettatore una giostra di emozioni, passando dal grottesco all’action, senza dimenticare note romantiche e di (auto)ironia. A chiudere il cerchio ci pensa un montaggio che ti fa stare sempre in tensione, inchiodato sulla poltrona e con la voglia di goderti ogni secondo di quello che scorre sullo schermo.

«Voglio lascià un segno come sto coglione su youtube», dice lo zingaro. Noi crediamo che Gabriele Mainetti, supportato da un eccellente cast artistico e tecnico, lascerà il segno con Lo chiamavano Jeeg Robot.