Stepchild Adoption? PresidentA? Macchè! Vince il piccolo Matteo con petaloso

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Arriva il piccolo Matteo e mette tutti col culacchiotto – neologismo, proprio in queste ore in valutazione alla Crusca – per terra. Un candido italiano delle elementari, pur inconsapevolmente, fa risuonare un filo d’ orgoglio patrio nelle terribili e buie stanze degli anglicismi ad ogni costo. Nell’epoca dell’endorsement e della stepchild adoption, delle presidentesse, avvocatesse, gelataiesse della Boldrini, degli appelli accoratissimi dell’Accademia della Crusca – usate l’italiano o poste vi colga! – sentire, leggere, finanche scrivere “petaloso” riporta ad una dimensione familiare, fa stare quasi meglio.

Una storia di provincia, candida come Libro Cuore, tenera come Io speriamo che me la cavo. Metaromantica. State a sentire. Alle scuole elementari Marchesi di Copparo, in provincia di Ferrara, Matteo lavorava allegramente sugli aggettivi durante un compito. Voleva descrivere un fiore ed ecco qua che spunta “petaloso”; la maestra, divertita, invia la nuova parolina all’Accademia della Crusca che gentilmente, dopo un indigestione di step, mission, talent e location, talmente tanto da credere che nelle stanze degli esimi custodi dell’italico idioma alle cinque esatte bevano litrate di Twinings al bergamotto, risponde: “Caro Matteo, la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano come sono usate parole formate nello stesso modo”.

Allora dall’innocenza, dalla spontaneità di un piccolo Balilla linguistico spunta fuori un neologismo, in lingua nazionale, laddove neanche i gruppi di studio sul linguaggio di genere, promossi da fior fior di asettici dottoroni e dal dipartimento governativo delle Pari Opportunità – quelli di “si dice dottora, o te caccio de fora” – arrivano, per buon senso almeno.

Nel candore di una storia piccola piccola ma generosamente utile in questi tempi disgraziati di disgregazione nazionale e di brutalità agli angoli delle giornate – lo sentite? Lo sentite Eco fare un giro nella tomba a causa di questa volutissima allitterazione? – ora bisogna che “petaloso”, per entrare nel dizionario a tutti gli effetti, diventi un termine di pubblico dominio, di pubblica utilità, usato comunemente insomma, così come richiesto dall’Accademia della Crusca. Così petaloso, sollazza allegramente l’orgoglio nazionale.

Sotto gente, il piccolo italiano ha bisogno di noi. Ad un patto, però: che le strade, d’ora in avanti, non siano automobilose.

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Emanuele Ricucci, classe ’87. È un giovanotto di quest’epoca disgraziata che scrive di cultura per Il Giornale ed è autore di satira. Già caporedattore de "IlGiornaleOFF", inserto culturale del sabato del quotidiano di Alessandro Sallusti e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Scrive inoltre per Libero e il Candido. Proviene dalle lande delle Scienze Politiche. Nel tentativo maldestro di ragionare sopra le cose, scrive di cultura, di filosofia e di giovani e politica. Autore del “Diario del Ritorno” (2014, prefazione di Marcello Veneziani), “Il coraggio di essere ultraitaliani” (2016, edito da IlGiornale, scritto con A.Rapisarda e N.Bovalino), “La Satira è una cosa seria” (2017, edito da IlGiornale) e Torniamo Uomini (2017, edito da IlGiornale)