Marchioni: “Bisogna preparare i giovani attori alla giungla postaccademica”

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Volto intenso, riflessioni profonde e pensate, bilanciate. Artista appassionato di ciò che ha scelto di fare, grato ai maestri che ha avuto la fortuna di frequentare e pronto a mettersi sempre in gioco. «Ho questa faccia che evidentemente parla prima di me». Se volete saperne di più, vi consigliamo di leggere quest’intervista a base di La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams (attualmente in scena al Teatro Manzoni di Milano) che ci fa capire, una volta ancora, quanto il teatro abbia a che fare con le nostre vite. Sì perché quella scatola magica fa l’occhio di bue su tanti nodi – quotidiani e non -. Lui viene dalla polvere del palcoscenico, anche se poi il successo avuto con la serie “Romanzo criminale” ha un po’ offuscato tutta la gavetta precedente. Diretto e spontaneo nel rispondere, ci ha parlato del suo periodo off fino ad arrivare ai prossimi progetti.

Come definiresti il personaggio di Brick?

Ho sempre pensato che fosse un protagonista che non ha voglia di fare lo spettacolo nel senso che se fosse per lui se ne starebbe tutto il tempo, sdraiato sulla chaise longue, in attesa che arrivi il click di cui parla. È un uomo fermo, bloccato. Con Arturo (il regista, nda) siamo partiti da questo blocco che gli ha dato Tennessee Williams costituito dalla caviglia rotta e dalla gruccia e abbiamo cercato di farne un blocco esistenziale, dell’anima, di un uomo che non sa più chi è. È vero che la morte di Skipper si è portata via un pezzo di lui, però è anche vero che Brick già quando si apre il sipario non è più neanche la promessa dello sport che ci dicono essere. Lui non è più né quello che tutti si aspettavano potesse diventare, né un uomo che ama né un figlio tanto che non vuole parlare neanche con i genitori.

Avevi già affrontato Tennessee Williams nel 2012 con la messa in scena di “Un tram che si chiama desiderio” per la regia di Antonio Latella. Entrambi i testi sono diventati due film cult. Lì avevi il “fantasma” di Marlon Brando, questa volta di Paul Newman. Come ci si rapporta e cosa diresti a chi fa subito il confronto?

Il confronto è impossibile farlo, sono due mostri sacri. Questi paragoni si fanno perché sono stati dei lungometraggi di successo, essendo, però, entrambi delle opere teatrali, come tali vivono e si rinnovano attraverso le messe in scena che nel corso degli anni vengono riproposte. Quindi mi sono approcciato alla vita teatrale dei testi. Nessun tipo di paragone con i film che non ho rivisto.

Perciò non vi ha trasmesso ansia questo possibile confronto?

Assolutamente no. Anzi, con Antonio per “Un tram che si chiama desiderio” abbiamo deciso di far indossare al mio Stanley Kowalski una maglietta con sopra stampata la faccia di Brando (immaginiamo come dietro quella scelta ci fosse proprio la voglia di scherzare, con rispetto, sul paragone che nasce di default, nda).

Durante la presentazione della stagione 2015-2016 del Teatro Manzoni di Milano, Arturo Cirillo disse che questo testo comporta una messa in gioco dei sentimenti. Tu come hai gestito questo aspetto? C’è stato uno scombussolamento emotivo?

È stato molto difficile acchiapparlo come personaggio perché è sfuggente e quando si provava a fare qualcosa di più rispetto a ciò che è scritto, ci rendevamo conto che non funzionava.

Poi è stato molto impegnativo trovare un punto di contatto con il lavoro di Vittoria (la Puccini,  interpreta Maggie la gatta, nda) perché tutta la prima parte dello spettacolo è un dialogo-non dialogo, completamente sulle sue spalle. Far vivere la presenza e cercare di crearla all’interno della scena pur avendo lui pochissime battute (in particolare fino alla scena col padre, nda) era il passaggio più complesso da mettere in atto. Quando abbiamo capito che Brick viveva proprio della volontà di non esserci è stata una grande chiave di volta. Abbiamo fatto anche dei parallelismi con Amleto, che è uno dei personaggi che fa da cartina tornasole. Poi ad un tratto Arturo mi ha messo in scena molto defilato, Brick ascolta anche se sembrerebbe non farlo. Ecco preparandolo ci siamo domandati come sia possibile esserci pur non essendoci. Ogni sera mi metto nella condizione di non voler fare lo spettacolo che so che può sembrare paradossale, ma è una chiave di lettura che a me ha aperto moltissime vie. Ti mette ancor meglio in questa pentola a pressione in cui si trasforma la camera da letto. Si affronta anche la scena con il padre con la consapevolezza che non gli va di parlare, c’è una battuta in cui dice: «io non voglio fare niente» ed è effettivamente così.

Brick risponde a suo padre che beve «per vincere il disgusto». A te cosa disgusta?

Molto spesso l’ipocrisia del nostro mestiere, tutte le cose che si sanno tra di noi e che il pubblico, ad esempio non sa, però fai parte di questo mondo e lo devi prendere tutto, coi pro e i contro. Poi decidi tu per quale mare andare, ce ne sono molti, puoi scegliere quale mare frequentare.

Ci sono state delle differenze tra Latella e Cirillo nell’approcciarsi a Williams?

Sicuramente, però con entrambi abbiamo fatto una settimana di lettura a tavolino e Latella non lo fa quasi mai. In realtà lo studio preventivo alle prove è stato più o meno lo stesso, naturalmente cambiano gli approcci, i punti di vista di due direttori straordinari che hanno ognuno una poetica personale e il proprio mondo. Antonio ha preso quel pacchetto e lo ha vivisezionato entrando nella mente di Blanche, allestendo il tutto come se fosse stata una lettura psicanalitica. Arturo ne ha fatto una messa in scena molto più “classica” però cercando di rispettare, secondo me al massimo, l’autore e questo è il servizio migliore che un regista possa fare verso un drammaturgo così straordinario. Credo che l’abbiano fatto entrambi.

Oggi più che mai uno dei temi de La gatta sul tetto che scotta è attuale. Si tratta dell’omosessualità e l’autore americano evidenzia bene anche gli schemi mentali della società, tra cui l’ipocrisia, di cui è impregnata anche la famiglia. Tu credi che siamo ancora con quella forma mentis denunciata da Williams?

 Un po’ sì, hai voglia a dire che siamo nel 2016 e che siamo tutti progressisti. È chiaro che l’omosessualità oggi sembrerebbe uno di quei temi di cui si può parlare tranquillamente durante gli aperitivi, però una delle tante fortune di fare l’attore è che tutti i temi messi in scena li accosti a te. Quindi non ne parli solo per il gusto di parlare, mi metto come se fossi io e quando questi argomenti, come in questo caso l’omosessualità, li avvicini a te, ti accorgi che non è così tanto risolto come tema. Non è così semplice da affrontare altrimenti credo che non ci sarebbero neanche tanti adolescenti che si suicidano. L’ipocrisia è rimasta la stessa, poi c’è chi l’affronta in un modo, chi fa finta di non vedere, chi la rimuove, però abbiamo notato sempre grande partecipazione da parte del pubblico e con l’arrivo al Manzoni abbiamo siamo a centotré repliche. Il merito va anche alla drammaturgia di Tennessee Williams, così matematica, talmente profonda da mettere in crisi ogni rapporto famigliare. Chi non ha mai avuto un problema con il proprio padre o con la madre o il compagno? Da questo punto di vista è super attuale.

 Visto il dibattito molto caldo, hai voglia di dirci la tua sulle unioni civili?

 Io penso che ognuno debba essere veramente libero di poter fare quello che vuole. Trovo insopportabile che due persone stanno insieme per una vita, condividendola e che nel caso in cui una delle due venga a mancare, l’altro o l’atra non abbia nessun diritto o la possibilità di intervenire in qualche modo. L’informazione è molto violenta e superficiale perché quando si parla di unioni civili si pensa subito al crescere un figlio tra due uomini, ma dietro a questa espressione ci sono tantissime altre cose. Non so se sia giusto far crescere un figlio tra due uomini, penso però che sia sacrosanto che se due uomini o due donne se la sentono devo avere il diritto di poterlo fare, dimostrando di essere in grado di farlo come lo deve dimostrare una coppia etero. Non è detto che tutti nasciamo genitori perciò non è scontato neanche in una coppia eterosessuale.

 In questa pièce c’è un forte confronto tra padre e figlio e Brick sottolinea a suo padre quanto sia difficile parlare, denunciando l’incomunicabilità. Facendo un salto, pensando anche allo scambio in ambito artistico e alla scomparsa di tanti maestri e a quella sensazione per cui ci si sente orfani. Tu come la vivi?

 Siamo orfani sicuramente e la fortuna di aver lavorato con Luca Ronconi è stata enorme. La sua morte è stata devastante, per me e molto più per chi ci ha lavorato ancora più a stretto contatto. Ancora non ci credo e secondo me è ancora in teatro a far le prove (lo dice con un sorriso affettuoso di chi ricorda quei momenti, ma dagli occhi traspare l’emozione, nda). Per quanto riguarda il rapporto padre-figlio è uno dei tòpos di cui è piena la storia del teatro con le colpe dei padri che ricadono sui figli. È difficile parlare. Sì. Mettendomi dalla parte di padre di famiglia che sono credo che sia compito dei padri costruire il dialogo e ancor prima un tipo di linguaggio, un territorio comune e anche esclusivo tra padre e figlio o figlia che sia, però padre e figlio è più complesso come grumo. Con la madre s’instaura da subito anche per via del legame fisico, i padri per il primo anno di vita è di passaggio perciò è compito nostro instaurarlo.

Tornando al discorso artistico penso che stia a chi è assunto al ruolo di padre instaurare un dialogo il più aperto possibile con i giovani attori. Luca l’ha fatto così come Massimo Castri. È deontologicamente fondamentale anche perché credo che questo sia un mestiere che non s’insegna, ma s’impara. Deve essere compito del maestro tramandare l’esperienza, non una verità. Parlando con i giovani attori di oggi mi rendo conto quanto siano fragili, come se non avessero capito che sono in una giungla e non fossero pronti alla trincea di questo mestiere. In Accademia sei protetto dal gruppo di lavoro, da quelle mura, quando esci sei in guerra perché sei da solo e a questo bisogna prepararli.

 Tocca quindi a voi?

 Tocca a chi ha più anni di esperienza e si sente in grado di farlo, ma senza presunzione. Non s’insegna questo mestiere, puoi solo riuscire a tramandare l’entusiasmo, la passione, la tecnica se così si può dire e la propria esperienza. Non so se sia già arrivato questo momento per me perché ancora credo che devo crescere e imparare moltissimo, però è un aspetto che rientra nei miei pensieri.

Durante il funerale di Ronconi c’erano moltissimi artisti, tra questi c’era quel grandissimo attore che è Fausto Russo Alesi e quando ci siamo abbracciati l’unica cosa che mi è venuta da dirgli è stata proprio «adesso tocca a noi» perché il vuoto lasciato è anche una presa di responsabilità per chi vuole prendersela e per chi ha qualcosa da dire. Certo facendo dei tentativi e non cercando di sostituirsi a quei mostri sacri. È anche molto difficile perché viviamo in uno dei periodi non facile dal punto di vista economico per il teatro e di grande crisi d’identità a causa anche delle riforme perché si è messa in moto una macchina che ha poco a che vedere con la creatività e con il lavoro di teatrale. Ci vuole tempo per preparare uno spettacolo e sembrerebbe che non ci siano più soldi per pagare le prove e questo è un problema.

Il 21 febbraio ricorre, appunto, l’anniversario della morte di Ronconi. C’è un aneddoto, un ricordo che vuoi condividere con noi della tua esperienza alla Scuola di Specializzazione “Santa Cristina” nel 2006?

 È stata fondamentale per me. Era la prima volta che uscivo da Roma, avevo fatto spettacoli da protagonista con Giuseppe Marini. Ero stato molto fortunato fino ad allora però avevo la necessità di confrontarmi con qualcosa di più ampio. Andare lì e trovare non solo Luca Ronconi che per dieci ore ti dà la possibilità di condividere un lavoro di tavolino con lui, Maria Consagra, una delle più grandi maestre sul lavoro corporeo, ma proprio una struttura fatta per il lavoro teatrale. Spazi in cui vedi video teatrali, leggi libri, puoi stare a fare la memoria circondato dal teatro e questa cosa è un fatto. Io mi sento molto di più un uomo di teatro che di cinema o televisione, poi il successo che ho avuto con le serie hanno pure un po’ offuscato tutto quello che avevo fatto prima, ma è anche normale che sia accaduto.

Quello che ho cercato di fare io è stato di rimanere fedele al perché avevo iniziato a fare questo mestiere e il teatro è questo mestiere. Se non avessi avuto l’esperienza teatrale non non avrei avuto gli strumenti per costruire un personaggio complessissimo come il Freddo in “Romanzo criminale” così come tutto il resto che ho fatto.

 Ti va di raccontarci un episodio OFF della tua carriera?

Ho iniziato autoproducendoci. Marini era il mio insegnante di recitazione alla Libera Accademica dello spettacolo e, a conclusione del percorso, insieme ad altri attori abbiamo fondato una compagnia. La prima rappresentazione l’abbiamo fatta al Teatro Politecnico che penso purtroppo sia chiuso, faceva parte del circuito più off dei teatri romani. È quella fase in cui fai tutto: metti le cantinelle, costruisci le scenografie, piazzi le luci, cerchi di risparmiare il più possibile andando nei mercatini e fai tutto te insieme al gruppo di lavoro. La bellezza di fare teatro è che davvero è un mestiere che ti insegna la collaborazione, l’ascolto, la condivisione di tutto, quelle prove diventano l’ombelico del mondo anche con un po’ di pesantezza perché essere troppo convinti di essere al centro del mondo non fa benissimo. In questo ringrazio il cielo di aver avuto la possibilità di lavorare davanti alla macchina da presa, da cui ho ricevuto il dono della leggerezza che prima non avevo. Il teatro off è forse lo spirito reale per cui si inizia a fare questo mestiere.

Venendo tu dalla gavetta, nel momento in cui vedi che in teatro arrivano colleghi lanciati dalla televisione o dal cinema, come la vivi? Ti infastidisce?

 Devi far i conti anche con come funziona il mondo, anzi probabilmente, per molti, anch’io sono passato come l’attore televisivo che fa teatro. Non si può fare il contrario, secondo me e quindi puoi fare teatro e poi passare al grande e piccolo schermo. Se inizi dal cinema o dalla televisione ci vuole più tempo, poi chiaramente se uno ha un talento naturale riesce benissimo a fare tutte le cose.

Va detto che il pubblico è molto più intelligente di quanto ci vogliono far credere i produttori o i distributori, non lo prendi in giro.

 C’è, però, tanto più nell’ultimo periodo, questa tendenza ad attingere ai nomi resi noti dallo schermo…

 Sì, si è creata perché il teatro bisogna riempirlo e quindi, nel caso in cui ci sono degli attori o delle attrici che riescono ad unire un tipo di nome che possa richiamare più spettatori nei teatri con la qualità ben venga, magari ce ne fossero molti di più.

 Quali sono i prossimi progetti in cantiere?

 Sto aspettando che esca un’opera prima che ho girato, non so ancora la data di uscita, in questo momento so che stanno finendo la fase di post produzione. S’intitola “Socialmente pericolosi” per la regia di Fabio Venditti. Si tratta della sua storia: un giornalista che seguendo un’inchiesta sui casi di suicidio nel 41 bis, intervista tra gli altri un camorrista con il quale nasce un’amicizia che porterà Fabio a creare un’associazione culturale nei quartieri spagnoli di Napoli che si chiama proprio “Socialmente pericolosi”. Purtroppo tutto ciò non porterà a nulla di nuovo.

Sul piano teatrale finisco la tournée de La gatta sul tetto che scotta il 4 marzo e sto facendo le prove di un monologo teatrale con Marco Vergani, di cui curo la regia. Si dovrebbe chiamare “L’eternità dolcissima di Renato Cane”, il testo è di Valentina Diana, un’autrice, regista, attrice torinese edita da Einaudi. Non so ancora quando debutteremo e stiamo cercando anche i teatri in cui portarlo.

 Se si pensa a “Socialmente pericolosi” e a “20 sigarette” dimostra come tu sia molto aperto alle opere prime…

 Quando c’è una storia bella da raccontare non fa la differenza, poi sono anche i film che danno al regista la possibilità di emergere. Molto spesso scelgo i progetti dopo aver parlato con i registi, io non sono in grado di recitare se non ho fiducia e stima nel regista con cui vado a lavorare. Poi “20 sigarette” era un’opera prima ed è il film che, ad oggi, mi ha dato più soddisfazione a livello di premi e riconoscimenti, sul piano cinematografico ha fatto crescere la stima delle persone nei miei confronti. Leggo tutte le sceneggiature, ma oggi decido con più parsimonia. Poi in attesa che mi chiami uno dei cosiddetti grandi autori e spero che accada, soprattutto per il cinema sono diventato più selettivo. Preferisco stare fermo, far teatro e realizzare lavori interessanti per la televisione piuttosto che rischiare di rovinarmi tutto quello che ho fatto fino ad adesso.

 Collegandoci proprio a questo, c’è quindi un aspetto che ancora non hanno colto di te?

 Penso di essere una persona che fa ridere tanto. Mi diverto molto. Certo sono un attore drammatico, però se penso ad “Amiche da morire” o anche a “Passione sinistra” son corde che credo di avere. Come tipo di commedia penso, per intenderci, a un film di Edoardo Leo, mi divertirebbe molto, ma prima o poi credo che accadrà di avere l’occasione di mettermi in gioco in quell’ambito.