Come perdersi tra le sliding doors della letteratura

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Questa storia comincia esattamente 15 anni fa, sulle sponde del Lago d’Orta, luogo bugiardamente placido e fatalmente inquieto (laggiù Nietzsche riceve il due di picche dalla vivace Lou Salomè, e si mette a progettare lo Zarathustra). Era il 15 settembre, la rivista “Atelier”, che sul ciglio del nuovo millennio aveva partorito una “antologia dei poeti nati negli anni Settanta” destinata a fare epoca, L’opera comune, aveva chiamato a raccolta truppe di lirici aulici o brutali per un convegno sul tema, assoluto, “Chi può dirsi poeta, di cosa siamo poeti?”. Al convegno furono attratti in tanti. Alcuni di questi hanno continuato con la poesia (Alessandro Rivali, Federico Italiano, Massimo Gezzi, Andrea Ponso, autori di libri poetici tra i più interessanti dell’ultimo decennio), altri sono diventati luminari della filologia e della critica letteraria (Daniele Piccini), altri hanno optato quasi subito, inorriditi dai poeti, per la narrativa (Mario Desiati, autore di punta Mondadori), alcuni si sono dati al giornalismo verticale (Angelo Crespi), certi hanno preferito l’Università (Giovanni Tuzet, prof alla Bocconi), qualcuno è diventato uno scalatore (Lorenzo Scandroglio), qualcun altro ha sacrificato il talento poetico, purissimo, per andare a scovare ovunque I nuovi eremiti (Isacco Turina). Tutti però, tutti noi poppanti della lirica italiana eravamo lì per lui. Flavio Santi aprì il convegno con un testo (I poeti sognano pecore elettriche?) vagamente futurista, in forma di manifesto, urlando a squarciagola, “Esigo una poesia che parli dei rifiuti, che sono il più alto profilo architettonico di un centro urbano […] che parli del dramma delle macchine, umili serve dell’uomo […] su e contro Mc Donald’s”. Pendevamo dalle labbra di Flavio Santi per pura invidia, se avessimo potuto avremmo incendiato la sua presunzione. Flavio aveva già pubblicato un romanzo, Diario di bordo della rosa, aveva appena pubblicato un libro di poesie in dialetto friulano (Rimis te sachete) che lo aveva lanciato come una specie di Pasolini redivivo. Mentre noi avevamo lo zaino pieno di fotocopie e di quaderni con le nostre patetiche poesie, Flavio scriveva sulle riviste più fighe di allora, pubblicava con editori veri (Marsilio, peQuod), ce l’aveva fatta, insomma.

Sliding doors. Questa storia è una specie di sliding doors della letteratura italiana, descrive la traiettoria opposta che avrebbe potuto prendere lo stesso destino. Nella nota biografica del convegno del 2001 Flavio Santi, molto ragionevolmente, ammette che “forse un giorno si stuferà di tutto questo (università, case editrici, convegni ecc. ecc.) e se ne andrà in Africa a costruire un ospedale: quelli almeno servono!”. Invece niente, in un destino parallelo, forse, Santi è un beato propagatore dei diritti umanitari, per ora è un umanista in via di santificazione. Nel 2006 Santi ha già abiurato il talento poetico, che gl’importa di fare il Leopardi 3.0, e tenta di fare i soldi con il romanzo. L’eterna notte dei Bosconero riesuma dalla torbida torba del passato il genere “gotico” (smobilitando perfino Goethe): nonostante la quarta ornamentale e sborona (“un romanzo che avrebbe scritto Stephen King se avesse incontrato dal vivo Dracula”) il romanzo non funziona del tutto, lo si capisce dalla dedica (al poeta Amedeo Giacomini e a Enzo Siciliano), Santi crede ancora nella letteratura. Adesso, dopo un tentativo andato a vuoto di fare la fama con un romanzo serio (Aspetta primavera, Lucky, edito da Socrates nel 2011, candidato al Premio Strega), Santi ha capito come si fa: nel mondadoriano La primavera tarda ad arrivare (Mondadori 2016, pp.312, euro 18,50) lo scrittore ringrazia quelli che contano, “Roberto Santachiara, lo Zico degli agenti”, Carlo Carabba, “l’Impareggiabile” (soprattutto adesso che è alla guida della narrativa Mondadori), e ovviamente “l’Editor che ogni scrittore sogna”, Alessandra Maffiolini. Nessuno scrittore, nessun poeta. Anzi, lo scrittore a dire il vero c’è, è Carlo Lucarelli, che firma una frase anonima sulla fascetta ornamentale del libro (“Ci sono storie che prendono per quello che raccontano e altre per come lo fanno. Flavio Santi fa tutte e due le cose, e anche un altro paio”: non osiamo sapere cosa…), una museruola che Santi, quindici anni fa, non avrebbe accettato di indossare. Ma adesso, cosa non si fa per la fama, un poeta di talento è disposto a convertirsi in un giallista qualsiasi.

Meglio Umberto Eco di Thomas Mann. Il fenomeno Flavio Santi è più interessante dal punto di vista antropologico che letterario. Quanto alla letteratura, c’è poco da dire. Santi, accademico di platino, traduttore eccellente (da Ian Fleming, Maturin, Herman Melville), a scrivere è bravo. Il problema è che ha preso come riferimento Umberto Eco al posto di Thomas Mann, più che sognare il Nobel per la letteratura o l’incomprensione a vita che autentica i geniacci sogna che dal proprio libro (La prima indagine dell’ispettore Furlan) la Rai estragga una fiction, glielo auguro. Per quanto tu sia bravo, voglio dire, la gabbia del “genere” ti stronca. L’ispettore Diego Furlan rispetta tutti i cliché che ci si attende, con tutta la sfilza di fumettistici particolari (guida la Guzzi, va in giro “in felpa e jeans”, è alto un metro e ottantacinque, assomiglia a Ernest Hemingway, tifa Udinese – in effetti, il romanzo inizia con una mezza rovesciata di Totò Di Natale andata a vuoto e una partita interrotta a metà – e gli piace la collana di storia dell’arte “dei mitici ‘Maestri del colore Fabbri’”), il romanzo, per darsi un po’ di spessore, evoca una pagina dimenticata della Seconda guerra (l’eccidio di Avasinis), chiaramente ci attiene al genius loci, in questo caso il Friuli (nel libro è citato più volte Colloredo di Montalbano, luogo avito di Santi), su cui, per altro, Flavio Santi ha scritto per Laterza una guida, on the road, a bordo di motocicletta (come del maiale, dalla propria bibliografia non si butta via nulla). Ergo: un giallo è pur sempre un giallo. Che tristezza, da un talento come Santi ci si attendeva il romanzo che mandasse in cantina le decine di incapaci romanzieri italiani odierni. Invece niente. Più che levitare, Santi si è allineato. Ma forse era già tutto previsto, fin dal giorno in cui, ridendo, Santi mi firmò una dedica alla traduzione del suo unico Wilbur Smith, “se ce l’ha fatta uno come lui…”.

Giocando a sliding doors, meglio costruire un ospedale in Africa.