L’arte? Un antidoto alla negazione

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"Foibe" - Rocco Cerchiara e Andrea Cardia - tecnica mista su multistrato, 300×150

Dal basso, la celebrazione è purezza, legata, com’è, alle radici e al territorio, incorrotta dalla stringente coercizione ideologica da cerimoniale. Che sia nella costellazione di mostre locali, come a Sesto Calende in cui oggi si ricorda la strage di Vergarolla, come a Trieste, in cui sarà la poesia, la fotografia e la letteratura a ricordare il dramma, o tra i banchi delle scuole, nell’artigianalità dei ragazzi degli istituti di provincia, laddove cresce la consapevolezza. Che sia nei versi del goriziano Marco Martinolli o in quelli di Armando Bettozzi (Càrsici bàratri profondi e scuri custodi involontari di abominevoli vergogne e di voluti silenzi decennali di rei conoscitor d’infamie da cancellar da la memoria. Or luce è fatta sui martiri negati vittime di infìma sorta colpevoli innocenti negletti dalla storia come immondizia gettati a morir vivi in fondo al pozzo ammucchiati da ideali puzzolenti come lor carne putrefatta. Qual è la differenza, deh! -se mai sapete tra un pozzo… ed un forno?), negli sforzi eroici della cultura popolare di resistere ai tempi che snaturano, necessari avamposti di purezza; che sia nell’impressione del dramma di Paolo Menon, scultore delle “grida contro il potere coercitivo dell’uomo sull’uomo (…) le cui voragini sono ostruite da detriti, cannoni e da centinaia di metri cubi di salme” e nella sua personale dedica “ad ognuna di esse dedico una rosa che poso simbolicamente accanto ai corpi schiacciati e stratificati da ragioni politiche mai condivise che formano il labirinto inestricabile e disorientante delle verità”, nel trittico di Rocco Cerchiara e Andrea Cardia, “Foibe” (2009) o nelle pennellate scure, gotiche e opprimenti di  Renzo Gentili ne “Il supplizio di Norma Cossetto” (studentessa universitaria orrendamente stuprata e infoibata ancor viva), c’è da colmare una voragine di disconoscenza e vigliaccheria, di negazione ed ambiguità. Allora la terribile porzione di storia che ci parla delle foibe e degli infoibati, dell’esodo di migliaia di italiani costretti ad abortire, con la pistola puntata, la loro identità, del lungo silenzio, del filo spinato attorcigliato addosso alle vittime ancora vive, gettate nelle profondità della terra, ritorna a pulsare, come carne viva, anche attraverso l’arte.

"Foibe" - Rocco Cerchiara e Andrea Cardia -  tecnica mista su multistrato, 300×150
“Foibe” – Rocco Cerchiara e Andrea Cardia – tecnica mista su multistrato, 300×150

Ed ecco che in lungo ed in largo nel nostro Paese, essa diventa stampella della memoria, proprio quando quest’ultima zoppica per voluttà o ingratitudine, di fronte al tempo che scorre, alle convenienze che cambiano, in tutte le volte in cui essa fatica a ritrovare il motivo della sua stessa esistenza. L’arte si fa testimonianza e cristallizza i ricordi, reinterpretandoli continuamente, garantendo gli stessi significati ed offrendo nuova motivazione. Rafforza la continuità, la immortala, la evoca, l’aiuta a farla esprimere, soprattutto quando i bavagli delle egemonie culturali o il cloroformio di regime addormentano le coscienze e zittiscono le voci, in un processo democratico mutilato, mai del tutto compiuto, nascosto dietro la svalutazione degli eventi, nella negazione per la paura di essere condannati agli occhi della storia.

Nell’epoca dei nuovi barbari, delle lapidi in ricordo dei martiri delle foibe distrutte o rubate, come accaduto solo qualche giorno fa a Trento, nell’Italia della tolleranza, delle libertà e del progresso, di anacronistici, ingiustificati e frettolosi richiami all’antifascismo, che sbiadiscono la dignità d’Italia, i racconti d’onestà di Gino Paoli – «Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata» – o di Umberto Smaila – La mia provenienza mi ha dato una coscienza geopolitica (…) sin da bambino sapevo bene cos’era il regime di Tito. I miei tornavano regolarmente a Fiume, già dal 54. Arrivavamo con la Seicento appena acquistata durante il boom economico, c’erano bambini in mutande che inseguivano la macchina chiedendo l’elemosina. Mia zia Nina faceva un’ora di coda per prendere il pane” – , le pagine de “L’ esodo” (Mondadori, pp.202, 10 Euro) di Arrigo Petacco, le scene di Magazzino 18 – ispirate al libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti” di Jan Bernas (Ugo Mursia Editore, pp.192, 16 Euro) che porta a teatro il pellegrinaggio e la sofferenza degli esuli istriani, fiumani e dalmati – protagonista assieme al suo ideatore, Simone Cristicchi, di numerosi tentativi di boicottaggio e di atti intimidatori -, rafforzano la coscienza nazionale ed in ogni ostruzionismo, in ogni volontà di negazione, la memoria troverà ancor più giustificazione agli occhi della storia.

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Emanuele Ricucci, classe ’87. È un giovanotto di quest’epoca disgraziata che scrive di cultura per Il Giornale ed è autore di satira. Già caporedattore de "IlGiornaleOFF", inserto culturale del sabato del quotidiano di Alessandro Sallusti e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Scrive inoltre per Libero e il Candido. Proviene dalle lande delle Scienze Politiche. Nel tentativo maldestro di ragionare sopra le cose, scrive di cultura, di filosofia e di giovani e politica. Autore del “Diario del Ritorno” (2014, prefazione di Marcello Veneziani), “Il coraggio di essere ultraitaliani” (2016, edito da IlGiornale, scritto con A.Rapisarda e N.Bovalino), “La Satira è una cosa seria” (2017, edito da IlGiornale) e Torniamo Uomini (2017, edito da IlGiornale)