Agata, la Pussy Riot di Catania

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È tutto un complesso di cose, e chi arriva a Catania il 5 febbraio, nel giorno della festa di Sant’Agata, è ben cosciente che non resterà indifferente alla solida ricchezza di ritualità e folklore. Nelle 48 ore più vive delle città – mentre il turibolo dondola a ritmo cadenzato, aspergendo i fumi d’incenso che si perdono in quelli dei carciofi e della carne di cavallo alla griglia – nonostante la solennità patronale sia un evento ad altissimo contenuto religioso, l’atmosfera è quella po’ blasfema e dissacrante di un concerto rock. Organi, salmi, campane e fuochi d’artificio. I fedeli – urlando a squarciagola al passaggio della santa picciridda – portano in spalla a mo’ di sacrificio i mastodontici ceri, quasi a voler espiare una pena e conquistare un refrigerante angolo di paradiso. I gioielli vistosamente kitsch, incastonati nel busto reliquiario portato in processione, secondo gli antichi parametri di devozione, sono preziosissimi di famiglia offerti dal popolo.

In capo, Agata porta tiara di stazza regale donata – così vuole a leggenda – da Riccardo Cuor di Leone in soggiorno a Catania al ritorno da una Crociata. In mano, una croce massiccia ingioiellata da rubini. Accecante come la protagonista di una pellicola di Perdro Almodóvar, sorridente come un’educata infanta blasonata, la santuzza esercita con potenza quasi tellurica un insolito intento di sorellanza fra le sue concittadine. Il martirio che l’ha elevata alla gloria degli altari è ancora talmente in superficie da essere una minacciosa metafora dei tempi che viviamo. Tutte possono legittimamente cercare nel suo serafico sguardo il conforto di cui hanno bisogno. Per aver messo in atto una forte ribellione contro il maschilismo romano nel secondo secolo dopo Cristo – degna di un’intrepida Pussy Riot nella Russia di Vladimir Putin –  ad Agata sono state inflitte brutali torture. Proprio in ricordo dell’amputazione dei seni con delle enormi tenaglie – oltre alle glicemiche minnuzze nelle vetrine delle pasticcerie catanesi – la picciridda è stata da qualche anno nominata protettrice delle donne affette da tumore mammario. A sottolineare la simbolica corrispondenza fra il martirio della santa e quello che ogni donna subisce nel fisico e nel cuore quando esplode il male, nel calendario delle manifestazioni correlate ai festeggiamenti civili e religiosi non mancano le iniziative sulla prevenzione con relativo supporto psicologico. 

Nei giorni che precedono la portentosa ricorrenza della santa che ferma miracolosamente col suo velo le folli eruzioni vulcaniche, le ‘Ntuppatedde danzano a suon di musica dietro le candelore delle arte e dei mestieri che onorano la patrona. Queste intriganti e disinvolte figure femminili, novellate da Giovanni Verga ne La coda del diavolo, si mischiavano tra il Seicento e la fine dell’Ottocento ai devoti, avvolte in un mantello nero che lasciava scoperto soltanto un occhio. Godendo del diritto a essere esentate per due giorni dalle incontrastabili costrizioni di padri, mariti e fratelli  – camuffate per preservare la loro identità – le signore, finalmente padrone di se stesse, vagavano tra i fedeli predisposte a ricevere doni e ad amoreggiare con uomini accondiscendenti. Oggi – velate in bianco, e senza interrompere l’atmosfera rarefatta – le ‘Ntuppatedde ripropongono l’antico gesto nutrendolo d’arte. La performance, organizzata dal laboratorio Oscena Urbana è un allegorico invito a onorare le proprie ambizioni di libertà senza alcuna sonnacchiosa retorica ipergalitaria. Dice Elena Rosa, ideatrice del progetto: «Non siamo intenzionate a riesumare la tradizione ormai sbiadita; preferiamo prenderne spunto per mettere in scena una riflessione sociologica. Lontane dai poteri-forti che organizzano la festa, rivendicando un’anima estremamente laica, siamo devotissime ad Agata in quanto donna che ha lottato, in tempi acerbi, per difendere ciò in cui ha fermamente creduto: la libertà». 

Quando il busto reliquiario passeggia fra strade dalle austere tonalità laviche – posto su un fercolo bordato da garofani, e ancorato a chilometriche funi trainate da braccia nerborute – tornano alla mente le scene della morte di Karol Wojtyla, quando ci si incanalava ordinatamente in fila per scattare foto col cellulare alla salma, quasi fosse una stupefacente installazione da Biennale. Non servono le preghiere silenziose, le urla deflagranti, i sacri inzaccherati di profano, le liriche clericali sul valore fondante della verginità ad attualizzar l’evento. Non bastano neppure le immediate condivisioni sui social. Lo Zeitgeist – il cosiddetto spirito del tempo – prende esclusivamente vigore nella richiesta di una ragazza che, alla santuzza vittima di una mattanza che non cessa ad arrestarsi, manifesta il desiderio di un paio di tette rimpolpate da esibire. Tutti a Catania confidano nella miracolosa bontà di Agata. Proprio tutti.