Se Franceschini liberalizza i beni culturali

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Dobbiamo dare atto a Dario Franceschini di stare per riuscire dove gli ultimi ministri della cultura avevano fallito: cioè in una riorganizzazione che snellisse la burocrazia e portasse una sorta di liberalizzazione nel comparto beni culturali e musei di Stato. Sottrarre potere alle Sovrintendenze sembrava impossibile, poiché i politici passano mentre i ministeriali restano a cavalcare un elefante come il Mibact che conta 20mila dipendenti ed è imbrigliato da una bizantina normativa, seguendo la quale tutto è possibile e impossibile allo stesso tempo.

Le direttrici della riforma sono due e intelligenti. Da un lato, accorpare le soprintendenze – fino ad ora divise in belle arti, paesaggio e archeologia in una sontuosa triplicazione dei ruoli e dei pareri – di modo che ci sia una soprintendenza unica, coordinata da un solo soprintendente (il cui numero però aumenta a 39 per garantire un più stretto legame col territorio). Dall’altro lato, Franceschini ha aumentato di 10 (giungendo a 30) i musei dotati di autonomia e governati da un direttore a chiamata esterna, selezionato con un bando internazionale. Così facendo, almeno nelle premesse, dovrebbero migliorare la gestione e le competenze manageriali.