Regista dal palato fine, scrittore e… le vite di Aldo Buzzi

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Approda alla Biblioteca Nazionale Braidense a Milano, fino 30 gennaio 2016, la mostra ideata dal libraio antiquario Andrea Tomasetig in collaborazione con Marina Marchesi e Franco Salghetti-Drioli su due grandi artisti come Aldo Buzzi e Saul Steinberg. La tappa milanese è stata arricchita di nuovi importanti materiali inediti e da una selezione delle pubblicazioni possedute dall’istituto di Brera. Tra le novità esposte segnaliamo subito i disegni anni Trenta e Quaranta, finora sconosciuti, dello scrittore lombardo, maestro di leggerezza e ironia, una sua sorprendente sceneggiatura sulla Rinascente del 1952, lo schedario di centinaia e centinaia di ricette manoscritte, a cui si aggiunge una serie di biglietti augurali natalizi e di buon anno del grande disegnatore romeno trapiantato a New York.

A complemento dell’esposizione in mostra sarà proiettata l’intervista televisiva realizzata da Sergio Zavoli a Steinberg nel 1967 (Rai Teche).

Una Mostra che sottolinea la storia dell’intensa amicizia, personale, ma soprattutto intellettuale, che ha unito Aldo Buzzi e Saul Steinberg e che ha avuto come palcoscenico Milano. È il Politecnico ad accogliere negli anni Trenta i due giovani studenti di architettura ed è l’effervescente mondo editoriale, che qui ha la sua capitale, a esaltare fin dagli esordi il loro talento creativo. Con questa iniziativa la Braidense conclude il programma di eventi legati a EXPO2015, rimarcando nel contempo quanto il suo patrimonio librario sia vasto ed eterogeneo. 


Aldo Buzzi (1910-2009), ha vissuto molte vite e non solo perché ha avuto la ventura di arrivare a novantanove anni. Nato a Como nel 1910, ma milanese d’adozione e vissuto a lungo a Roma, ha attraversato con curiosità, ironia e disincanto l’intero Novecento, passando dall’architettura al cinema, all’editoria e alla letteratura. All’inizio è architetto, con sodali come Lattuada, Comencini, Castellani e Steinberg, tutti, come lui, finiti a fare altro. Chiude quel primo periodo impaginando per l’amico Alberto Lattuada il volume Occhio quadrato, stampato da Corrente nel 1941, che segna la nascita del neorealismo nella fotografia. Ma ben pochi lo sanno. Negli anni Quaranta e Cinquanta lavora a Roma nel mondo del cinema (accanto a Lattuada, Fellini, Comencini) come scenografo, costumista, sceneggiatore, aiuto regista. Pubblica subito un libro che non si dimentica, Taccuino dell’aiuto-regista (1944), impaginato questa volta dal suo amico Bruno Munari e divenuto una rarità antiquaria al pari del precedente. Intanto apprende dal mondo del cinema l’arte della sceneggiatura e del montaggio, che esercitano ad asciugare, alla sintesi e alla rapidità nell’alternare i piani del racconto, esperienze che gli risulteranno utili poi nell’editoria e nella scrittura. Ammette con franchezza il debito nei confronti del cinema: “Mi ha insegnato a scrivere. Il montaggio è fondamentale. L’arte di cucire insieme scene diverse, distanti tra loro, è essenziale per un narratore”. Ma da regista firma solo, insieme al grande fotografo Enrico Patellani, il film-documentario America pagana, mai distribuito per fallimento del produttore. Negli anni Sessanta è traduttore e poi redattore capo della narrativa alla Rizzoli a Milano per una decina d’anni, curando in particolare le opere di Flaiano, Soldati e Mastronardi, dei quali diviene anche amico ascoltato. Il suo è un lavoro prezioso e importante, da dietro le quinte. Arriva finalmente il momento più atteso, la vita desiderata, quella di scrittore. Il destino gli riserva il ruolo di scrittore defilato in tarda età di pochi raffinati libri (i più noti sono L’uovo alla kok del 1979 e Čechov a Sondrio del 1991), apprezzati senza riserve da selezionati critici e lettori, dove spesso il cibo è un pretesto per parlare della vita e della letteratura con occhio disincantato.

Le pagine dedicate al cibo ne fanno, al riguardo, l’autore più significativo dell’intero Novecento italiano e un riferimento obbligato anche all’estero, dove è stato tradotto in molte lingue.  Anche se la fama di Saul Steinberg (1914 -1999) all’apice negli anni Sessanta e Settanta, si è un po’ offuscata qui in Italia presso il grande pubblico, rimanendo viva prevalentemente tra gli addetti ai lavori, non è così negli Stati Uniti. Dove è tuttora considerato il più grande disegnatore del secondo Novecento e dove gli hanno dedicato mostre su mostre in occasione del centenario della nascita, specie nella sua New York.

La mostra non è data dalla semplice somma delle carte di Buzzi (verso cui è in atto una più che doverosa “riscoperta”) e dei disegni a sé stanti di Steinberg, ma, al contrario, dal rapporto che unisce tra loro le opere esposte, raccolte con convinzione dallo scrittore nel corso della sua lunga vita e che ad esse ha attribuito un valore profondo, che solo ora appare tale anche a noi. L’iniziativa si configura pertanto non come un omaggio “minore” al celebre disegnatore satirico del “New Yorker”, sulla scia delle molte esposizioni americane realizzate nel biennio 2014-15 per il centenario, ma come la presentazione forse più autentica di due grandi figure del Novecento. Un filo conduttore è la comune passione per la gastronomia. Libri, disegni e oggetti la documentano in abbondanza e danno un sapore particolare alla mostra, non a caso avviata nell’anno dell’Expo. La mostra, allestita in collaborazione con l’architetto Jacopo Gardella, si avvale del patrocinio del Politecnico di Milano e del sostegno della Fondazione GTechnology.