Milano & Cultura: ecco cosa dovrebbe fare il nuovo sindaco nel migliore dei mondi possibili

0

Apriamo un dibattito, come si diceva una volta alle assemblee studentesche.

Nella fattispecie, sulla politica culturale: come ha detto Riccardo Muti proprio ieri al Corrierone, la cultura è elemento essenziale per la formazione del buon cittadino. Fra pochissimi mesi inizierà la campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Milano: senza misconoscere l’importanza di temi caldi come il lavoro e la sicurezza, credo che, quale che fosse il vincitore, dovrebbe mostrare un segno di discontinuità anche a partire dall’ impegno per la cultura.  

Quelle che seguono sono naturalmente opinioni del tutto personali.

Lo sanno tutti, ma proprio tutti, che la politica culturale è la bella addormentata nel bosco. Per toglierla dall’abbraccio di Morfeo occorrono politiche radicalmente innovative, come, almeno sulla carta, potevano esserlo le recenti nomine franceschiniane per i ruoli direttivi dei principali musei italiani, contestate nella sostanza (un’esterofilia piaciona che ha portato ai vertici 3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese), ma non nella forma (encomiabile la direzione intrapresa, quella dei manager culturali in luogo di “semplici” storici dell’arte e/o funzionari).

Quel che manca veramente è tuttavia un riorientamento globale del fare cultura che tiri finalmente fuori dalla cassetta degli attrezzi una gestione squisitamente manageriale dell’impresa culturale.   Ad esempio: perché non portare le grandi aziende nei musei al fine di ottenere sponsorizzazioni e/o donazioni attraverso cene, inaugurazioni, presentazioni di libri? Insomma, gli apericena in museo, da realizzare in un’ottica produttiva per tutti -la struttura espositiva e i suoi utenti. L’arte esiste grazie al mercato –prima ci furono i papi, poi vennero gl’imperatori e infine François Pinault  e un approccio che solo gli snob considererebbero da parvenu costituirebbe un grande balzo in avanti, per dirla à la Mao.

Ma fare un’inedita politica culturale significa avvalersi di risorse inedite che permettano la realizzazione di idee nuove,   il portatore delle quali, a mio avviso, non potrebbe non essere un  outsider in grado di sparigliare le carte in tavola.

Da tempi immemori si identifica la risorsa primaria dell’Italia nella cultura. Ora, è mia opinione che la cultura in generale e l’arte in particolare abbiano molto da imparare dal mondo della moda, settore strategico della produttività. Chi ha guardato lontano (Fondazione Trussardi, Fondazione Prada) ha ottenuto risultati indiscutibilmente positivi: grandi mostre ordinate da grandi curatori. Vi siete mai chiesti perché questa branca della produttività sia più o meno da sempre in auge a livello internazionale a dispetto dell’arte contemporanea? Per una semplice ragione: i beni sono entrambi di lusso (l’arte è un bene di lusso anche se non a livello ufficiale), ma il modo di veicolarli è diverso,  efficacissimo in un caso e improduttivo nell’altro. E’ questa la ragione per cui a mio parere urge l’adozione di metodi nuovi, che considerino un museo per ciò che dovrebbe essere nella realtà dei fatti: un’impresa (chiaro, presentare quadri e sculture non è la stessa cosa che vendere panini , per questo esistono i direttori artistici).

Ora, escludendo le esperienze di O.C.A. (l’ex Ansaldo affidato al collettivo che occupò il grattacielo di Ligresti ), Mudec (il Museo delle Culture che ha fatto la mostra della Barbie), Rotonda della Besana (sottodimensionata rispetto alle potenzialità) e Photofestival (dove vidi nel 2010 una bellissima mostra su Francesca Woodman; poi al posto della Woodman è stato preso dal festival rizomatico di fotografia, replica al ribasso del festival MIA), non ricordo le ultime imprese memorabili della cultura ambrosiana: in un mondo ideale il prossimo sindaco di Milano dovrebbe pertanto creare un cortocircuito nella forma e nella sostanza, facendosi portatore di un approccio alla cultura derivato direttamente dall’ambito della produttività d’impresa.

In quest’ordine di idee (e qui spero di lanciare il classico sasso nello stagno) un validissimo assessore alla cultura del comune di Milano sarebbe per esempio l’attuale direttore della Triennale, Claudio De Albertis, il cui impegno imprenditoriale e culturale è sotto gli occhi di tutti.

Articolo precedenteGabriele Cirilli: “Gigi Proietti? È stato come un padre”
Articolo successivoStorie di donne e regine di fiori
Emanuele Beluffi
Nato a Milano, vivo e lavoro a Milano. Ordine Nazionale dei Giornalisti tessera n. 173490. Laurea in Filosofia presso Università degli Studi di Milano, Filosofia del Linguaggio-Orientamento Logico-epistemologico. Responsabile di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ho curato cento mostre di arte contemporanea in Italia, in collaborazione con svariate gallerie d'arte; i relativi testi critici sono tutti pubblicati a catalogo e online. Ho scritto una monografia pubblicata da Skira. Ho prodotto un magazine cartaceo d’arte contemporanea a colori su carta patinata, presentato a diverse fiere internazionali d’arte contemporanea e attualmente conservato al Centre Pompidou di Parigi. Profilo completo qui: https://www.linkedin.com/in/emanuele-beluffi/