Continua la saga dei Peruzzi: “Canale Mussolini. Parte Seconda”

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Che Antonio Pennacchi sia uno dei più grandi scrittori  viventi è evidente. Con “Canale Mussolini” Pennacchi ha vinto il Premio Strega,  e ha raccontato la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”. E fascisti lo resteranno fino alla fine, quando si daranno da fare per contrastare lo sbarco inglese a Anzio, in attesa dei rinforzi nazisti. Tutti i familiari, ed è questa la principale forza del romanzo, sono veraci e diretti: ciascuno incarna a modo suo una comune istrionica vitalità (molto veneta). Si esprimono rigorosamente in dialetto, un dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico. Un dialetto fagocitante e pervasivo che è una lettura in chiave epica della realtà, un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini un uomo decisamente simpatico, anche se un po’ burbero e umorale (e impenitente donnaiolo).

Ora ecco “Canale Mussolini . Parte seconda”  (Mondadori, pp. 425, euro 22 )  dove continua la saga della famiglia Peruzzi: sullo sfondo di Latina e Littoria si muovono i fantasmi della Storia e della Seconda guerra mondiale. E del nostro Paese, e racconta la prima (e ultima) notte trascorsa insieme da Benito Mussolini e Claretta Petacci, appena prima di essere uccisi, il 28 aprile del 1945. In settant’anni di studi e ricostruzioni, gli ultimi giorni e le ultime ore di Benito Mussolini hanno avuto molte versioni. Un altro grande mistero è poi quello del famoso tesoro di Dongo, dal valore di otto miliardi di lire dell’epoca, che era nascosto in valigie e borse dell’autocolonna fuggiasca di tedeschi e gerarchi fascisti. All’oro del duce è dedicato il nuovo libro dello storico Gianni Oliva, uscito per Mondadori: “Il tesoro dei vinti”. Dongo è un grazioso borgo del lago di Como, ma nell’immaginario collettivo degli italiani è avvolto da un’aura di inquietudine e di mistero. Lì, il 27 aprile 1945, i partigiani della 52a brigata Garibaldi hanno arrestato il Duce e i gerarchi che cercavano di allontanarsi dall’insurrezione di fine guerra; di lì, nottetempo, Mussolini e Claretta Petacci sono stati trasferiti a Bonzanigo nella cascina De Maria, dove il giorno successivo sarebbero stati prelevati e uccisi, secondo la versione ufficiale. Come muore Mussolini? A che ora? Dove? La Petacci muore con lui, oppure viene uccisa in altre circostanze? Tra una rivelazione e l’altra, da settant’anni la morte del Duce e della sua giovane amante costituiscono un «feuilleton» mai esaurito.

C’è chi ha parlato di esecuzioni avvenute in momenti e luoghi diversi; chi di una messinscena davanti a Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, dove i due sarebbero arrivati già cadaveri; c’è chi ha messo in discussione l’identità del «colonnello Valerio» sostenendo che a sparare fu lo stesso Luigi Longo; c’è chi ha parlato di un ruolo decisivo dei servizi segreti inglesi preoccupati per le possibili rivelazioni di Mussolini sui rapporti tra Churchill e l’Italia fascista; c’è chi sostiene che a sparare sia stato Michele Moretti, chi «Valerio», chi il «capitano Neri», chi Lampredi. In futuro l’interminabile romanzo d’appendice si arricchirà forse di nuove pagine.  E qui si dimostra che spesso un bel romanziere vale più di uno storico. Che la «narrazione» (lo storytelling tanto odiato dagli intellettuali  col cuore a sinistra e il fegato ingrossato) può illuminare pezzi di storia scostando le tendine dell’ ideologia; e che il narrare restituisce un profilo umano ad amici e nemici, rossi e neri, belli e brutti. Anche gli angeli a volte si sporcano, e anche il diavolo a volte è un buon diavolo. Si può usare anche, naturalmente, la parola «revisionismo» per Canale Mussolini.

La Parte seconda di Antonio Pennacchi, la cui trama, come per la prima parte, ruota intorno a Littoria/Latina, alla Famiglia Peruzzi di origine veneta trapiantata nelle Paludi Pontine. Anche in questo caso il lato «politico» del libro mira a restituire alla testa e al cuore una fetta di storia, in questo caso la Seconda guerra mondiale, non più ideologizzata. Pennacchi è un fascio/comunista, passato dal Movimento Sociale,   divenne uno stalinista marxista-leninista militando in Servire il popolo,  dopo la dissoluzione di quel movimento divenne un cane sciolto – come sostanzialmente poi  è sempre rimasto – senza più catena e senza padroni (la cosa più drammatica è che ogni volta che hanno tentato di rimettergliela la catena, e di ricercare un nuovo padrone, sono sempre stati loro poi – Uil, Psi, Pci, Cgil – a tagliargliela ed a cacciarlo via: “Vaffanculova’, vaffanculo a un’altra parte”. Espulso). Comunque uno stalinista, ma forse no, uno attratto dalla destra/sociale ma senza partito, senza casa e senza famiglia.  L’impasto linguistico dei dialoghi di questa “Parte seconda” rimane l’arcaico veneto-ferrarese della bassa rovigotta – contaminato probabilmente in Agro Pontino – appreso bambino da sua madre e dai suoi zii, e definibile oggi come un dialetto veneto dell’emigrazione. La versione spagnola della parola ‘ginocchio’ dovrebbe essere in realtà – secondo tutti i vocabolari – ‘rodilla’ e non ‘genocho’. Pare però secondo un taxista ispano-americano provenisse da una zona dell’America Latina a fortissima concentrazione di immigrazione veneta dei primi del Novecento. Non è quindi da escludere un reciproco processo di contaminazione e scambio linguistico. Del resto è abbastanza noto che siamo molti di più i veneti in giro per il mondo, dei veneti rimasti in Veneto e sviluppatisi anche e soprattutto in forza della nostra emigrazione. Poi stai bene a dire: «Basta imigrasion! Paroni a casa nostra!». Quando hai mandato noi – a casa degli altri – non valeva? E se adesso ci cacciano, torniamo tutti lì? …. Un romanzo imperdibile.

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