Luca Carboni: “Siamo tutti Peter Pan”

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Ph. Daniele Barraco
Ph. Daniele Barraco

Ammissione di parzialità. Mi piace Luca Carboni, con la sua malinconia così fuori registro, un cantautore che continua geologicamente a esplorare il “lato oscuro” del cuore. Il mucchio di 11 album in 31 anni di nobile attività (misura strategica la media di un disco al triennio), da quello del 1984, con un titolo azzeccato (“…intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”) e un padrino straordinario (Gaetano Curreri degli Stadio), all’ultimo, “Pop-up”, griffato Sony Music e registrato tra Milano e Los Angeles, è una sorta di unico, perpetuo diario sentimentale, un “Diario Carboni” (così la raccolta del 1993), il cuore di Luca messo a nudo, l’anima disarcionata, setacciata, scarnificata. Non lo dice soltanto lui che, in fondo, Luca è sempre quello, lo stesso, ma le sue canzoni, lette in filigrana. Anno di grazia 1989, album “Persone silenziose”, il quarto, la canzone è “I ragazzi che si amano”, «è tratta da una poesia di Jacques Prévert. Nel brano “Luca lo stesso” cito un verso di quella canzone ormai così antica».

Questo significa che Luca, allora, è ancora, trent’anni discografici dopo, davvero lo stesso?

«Nello spirito, sì, mi piace ancora ascoltare il bambino che è dentro di noi».

Una specie di “fanciullino” pascoliano declinato alla Luca Carboni?

«Il passare del tempo, il rapporto con il tempo è un tema ricorrente nelle mie canzoni. Anche questa, “Luca lo stesso”, è l’ennesimo testo su questo tema. Mi piace ragionare sulla possibilità di rimanere ragazzi per tutta la vita».

Peter Pan per l’eternità?

«Non è questo. Penso che dobbiamo tenere viva la fiamma del momento mitico in cui incontriamo l’amore la prima volta». 

Luca Carboni è la ciliegina, anzi, il panettone con cui Rimini festeggia l’ultimo dell’anno. Concertone gratuito in piazzale Fellini, in pieno stile amarcord (chi non è cresciuto cantando con ugola cruenta “Silvia lo sai”?), per un cantautore che ha fatto della Riviera romagnola una norma esistenzialista.

Gioco con le date: “Mare, mare” (sottotitolo, «Bologna-Riccione») esce nel 1992, poco dopo la morte di Pier Vittorio Tondelli: che ci fanno due emiliani in vagabondaggio romagnolo?

«La Romagna è un pezzo fondamentale della mia vita. Ci venivo in vacanza da bambino, ci sono venuto per scrivere alcuni dischi, l’ho citata in diverse canzoni. Per me è stata una bellissima sorpresa essere invitato per chiudere il 2015 a Rimini». 

Il primo dell’anno, dopo la follia del concerto, in radio si ascolterà il secondo singolo di “Pop-up”. S’intitola “Bologna è una regola”, «sulla magia e l’inquietudine della mia città».

Ma Bologna è ancora il centro radioso della musica italiana?

«Magico, piuttosto, è l’incontro con gli universitari che vengono a Bologna da tutta Italia e che contaminano i bolognesi. A livello giovanile accadono ancora molte cose a Bologna, nonostante ci sia chi la dichiara una città morta. Poi, che queste esperienze escano oltre lo stadio del semplice esperimento è questione di coincidenze, di epoche, di personalità». 

A proposito di musica. Il metro di giudizio dei “talent” è davvero l’unico in grado di determinare cosa è bene ascoltare e cosa no?

«I talent esaltano gli interpreti, non gli autori. Tanti ragazzi hanno una tecnica vocale notevole. Ma spesso c’è poca precisione nella scelta delle canzoni. Si ascolta molta roba interessante nei circuiti sotterranei, che fa fatica a emergere. In genere, mi pare ci sia un momento di stallo nel pop italiano». 

Nel 1993 cantavi Prévert, nel 2015, mi riferisco al pezzo “Chiedo scusa”, canti la straordinaria poetessa polacca Wislawa Szymborska. Nel mondo impoetico ha ancora valore la poesia?

«Oggettivamente, a livello editoriale, la poesia ha una dimensione minore, è considerata, sbagliando, un genere minore. Quanto a me, sono un lettore disordinato e autodidatta, che ha scoperto piuttosto tardi la grandezza della poesia. Mi piace rileggere grandi autori, come Umberto Saba. Mi piace frequentare poeti che nessuno conoscerà mai, che magari non diventeranno mai famosi, ma che piacciono solo a me. La Szymborska è una scoperta di quest’anno. Mi è venuto istintivo, dopo aver letto la sua poesia “Sotto una piccola stella”, dialogare con i suoi versi, farli miei, aggiungendo delle mie frasi. La poesia mi ispira tanto perché ci sono cose che si possono dire solo con i versi». 

Un poeta come Roberto Roversi scriveva per Lucio Dalla e gli Stadio. Tu, non fai coppia con gli scrittori?

«Sai, in fondo, sono un solitario. Preferisco restare sganciato dal sistema, da solo, a narrare le mie storie».

L’Europa è in una fase politica a dir poco caotica. Come vede il futuro, lei è tra i rigorosi ottimisti o tra i cinici apocalittici?

«Ma, cavolo, questa è una domanda complessa… Lucio Dalla si riteneva un indovino, ma io non sono certo un profeta. Ho un figlio di 13 anni, voglio essere ottimista, voglio avere fiducia nei giovani. Pian piano certi messaggi riescono a far breccia…».

Insomma, alla rotonda età di 53 anni, all’undicesimo album, cosa le resta da cantare?

«Le canzoni sono sempre la punta dell’iceberg delle innumerevoli cose che hai da dire. Finché la nostra sensibilità non si occlude, ogni cosa è una sorpresa, c’è ancora tanto da fare, da scrivere, da cantare».