“Autodidattica” e distruzione creativa. In due parole: Stefano Arienti

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«Il cattivo gusto non esiste», dice con enfasi citando Moschino. «Sì il camp, il kitsch: se ne è scritto e parlato molto, ma credo che esistano tante sottoculture, ognuna con la sua dignità, all’interno di un grande arcipelago che chiamiamo cultura. Mi sento più figlio di Andy Warhol che di Duchamp, perché in un certo senso non faccio che personalizzare il consumo».  

Più che un artista, si sente come un curato di campagna alle prese, malgré lui, coi suoi parrocchiani. Ho provato a citargli Susan Sontag (per il camp) e Hermann Broch (per il kitsch) ma niente, lui è un aficionado della cultura di massa, perché da lì arriva: «Più che uno scienziato, sono un contadino. Anzi, mi sento proprio come un parroco di campagna. Del resto, ho ricevuto l’investitura di artista senza con ciò stesso averla chiesta. All’epoca della mostra  nell’ex fabbrica  Brown Boveri [al quartiere milanese Isola, con Corrado Levi, suo mentore e amico carissimo, nel 1985, n.d.r.], non avevo certo predisposto il mio futuro nella direzione della carriera artistica, ma ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie e di vedere che il mio lavoro piaceva. Tutto è venuto fuori così».

Stefano Arienti, artista visivo classe 1961, una laurea in Agraria in tasca, nei – formidabili – anni Ottanta non pensava che sarebbe diventato uno dei più importanti artisti italiani a livello internazionale. Il suo materiale d’uso è “povero” e comune e nonostante le innegabili recondite armonie con l’Arte Povera , la sua produzione artistica non è facilmente ascrivibile a una parrocchia (ops!), anche se alcuni dei suoi numi tutelari sono Boetti, Fabro, Pistoletto et cetera; i mezzi espressivi prediletti di Stefano Arienti sono la carta e i libri, le immagini tratte da cartoline e poster, come pure il polistirolo, la plastica, la plastilina e le stoffe. Fra le sue innumerevoli mostre figurano la Biennale di Venezia, quella di Istanbul e di Gwangju e la Quadriennale di Roma, mentre MAXXI di Roma, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Querini Stampalia, MAMbo, Palazzo Ducale di Mantova e Museion di Bolzano si sono contesi le sue personali. Studio Guenzani di Milano è la sua galleria di riferimento.

Stefano Arienti accetta di conversare con OFF per decifrare alcuni temi chiave del fare arte oggi -il ruolo della committenza, il rapporto fra cultura e potere, il significato dell’immagine-,  a partire dalla sua recentissima collaborazione con l’associazione culturale  The Blank,  che ha portato alla realizzazione di un progetto (fatto e venduto) per mezzo del quale è stato possibile stabilire un rapporto dinamico tra il pubblico e il privato, con il privato stesso – The Blank, appunto-  vettore di un dialogo virtuoso  fra gallerie private e istituzioni spesso e volentieri ingessate: da cinque anni a Bergamo The Blank fa da collettore per chi in città si occupa di arte contemporanea creando progetti che mettono insieme GAMeC, Comune, Accademia Carrara, con le gallerie private, i collezionisti, gli artisti che vivono e lavorano in loco, gli studi di design et cetera et cetera.

"Stanza ad Arles" - Ph. Roberto Marossi
“Stanza ad Arles” – Ph. Roberto Marossi

Dunque l’antefatto: ogni anno, in periodo natalizio, The Blank lancia una campagna di raccolta fondi che vive del sostegno degli artisti, i quali producono lavori originali che vengono poi donati all’associazione, la quale li vende a offerta libera reinvestendo l’utile nelle operazioni culturali condotte sul territorio nell’anno successivo. Nella fattispecie, Stefano Arienti (unico artista invitato per questa edizione) ha realizzato un'”opera puzzle”, riprendendo una tipologia di lavori prodotti alla fine degli anni Ottanta e mai più riproposta, creando 48 pezzi unici delle dimensioni di 50×50 cm che,  accostati gli uni agli altri, compongono una grande opera inedita con molteplici piani di lettura: l’artista ha ricevuto una commissione e ha elaborato il progetto insieme al committente, producendo un  lavoro che, nel suo curriculum vitae, (ri)apre una parentesi artistica che si coordina con la sua produzione d’arte. Insomma, il risultato finale dell’opera non è stato il regalo di Natale griffato Arienti per l’azienda Pinco Pallo, ma un pezzo inedito che ha (ri)messo in gioco la storia personale dell’artista.

E proprio con questa idea del ritornare sui propri passi abbiamo iniziato la nostra conversazione nel suo studio ai confini dell’universo di Milangeles, situato in un luogo che per me sarebbe il contesto abitativo ideale: vicino a un camposanto.

All’interno di studio Arienti mi aspetto di trovare una caterva di libri e cataloghi (ci sono, nascosti ma ci sono) e invece all’ingresso mi accoglie un’immane e ordinatissima collezione di CD: è un cultore di musica e da tempo ha avviato una collezione personale destinata ad allargarsi e  diventare un’installazione artistica (secretum: chi vivrà vedrà).

E’ uno studio molto ordinato, dove ogni cosa è al proprio posto. Sul grande tavolo svariate tessere di puzzle disciplinatamente sistemate in differenti contenitori diventano per me il pretesto intellettuale per partire con una domanda proprio su Puzzle di puzzle, l’opera realizzata a sostegno di The Blank, amarcord dei “manifesti” ottenuti con tessere di puzzle della fine degli anni Ottanta grazie alla quale Arienti ha ri-percorso una strada già conosciuta e scoperto una possibilità di realizzazione non considerata all’epoca. «Ritornare ai puzzle è stata per me l’occasione per riattivare una tipologia di intervento che conoscevo bene, ricostruendola per scoprirne la logica. Hanno una qualità pittorica, una “pittoricità”, che mi piace molto». E il riferimento alla pittura non è affatto casuale, dal momento che la pratica artistica di Stefano Arienti è, come mi dice lui stesso, «una via paradossale alla pittura»: «Ho sempre amato i pittori Impressionisti perché erano ”popolari”: in un certo senso col mio lavoro ho voluto omaggiare Monet, riattualizzandone la pittura alla mia maniera, utilizzando cioè degli objets trouves per trasformare un’immagine “semplicemente” visuale come un poster in una vera e propria immagine pittorica. C’è del kitsch in questo? Può essere, ma stiamo parlando di un fenomeno chiamato “cultura di massa”, che è in fin del conto il brodo di coltura da cui io stesso provengo: in realtà non esiste il cattivo gusto, abbiamo piuttosto una costellazione di tante sottoculture ugualmente dignitose. L’arte cosiddetta “popolare” è interessantissima, prendi ad esempio la mostra di Rousseau a Palazzo Ducale di Venezia: lui non faceva “cose” naïf, ma abbatteva le gerarchie disciplinari e praticava una pittura totalmente disarticolata rispetto al potere e quindi era in un certo senso “rivoluzionaria” nella sua semplicità».

Ph. Michele Tabozzi
Ph. Michele Tabozzi

Citazionismo rivoluzionario che  mi permette un assist sulla presunta – dal sottoscritto –  iconoclastia di una parte della produzione d’arte Arienti d.o.c.: gli faccio notare una sua dichiarazione di tempo fa, per cui l’immagine sarebbe un organismo che contiene una complessità di elementi correlati che concorrono a creare un vero e proprio complesso vivente. L’annotazione è piuttosto interessante, soprattutto in riferimento al retroterra culturale di Stefano Arienti, per definizione legato alle discipline scientifiche (durante il nostro conversario non posso fare a meno di notare per altro una sua predilezione per la geometria e la classificazione) e investe di sé il concetto di immagine, la “luce” attraverso la quale gli artisti vedono: «L’iconoclastia non esiste: perfino l’arte concettuale, che voleva “cancellare” l’immagine, non ha fatto altro che riproporne un’altra». Siamo ancora nello stesso ordine di idee di prima: se negare il kitsch vuol dire in realtà riaffermare l’esistenza di un arcipelago di sottoculture, ciascuna egualmente all’altezza della propria epoca, così negare l’immagine significa riposizionarne la centralità attraverso il riconoscimento di una moltitudine di “sotto/immagini”. Arienti mi fa un esempio illuminante, quello della distruzione di Palmira ad opera dei tagliagole islamisti: «Veicolando con i video la distruzione di Palmira non hanno fatto altro che riattivarne l’immagine sotto un’altra forma. E io, che sono biologo per formazione, vedo un ecosistema di immagini in cui ognuna di esse si ri-posiziona in maniera differente: per questo considero le opere d’arte come organismi che si trasformano. Potremmo parlare di evoluzione dell’immagine ed è quello che faccio io col mio lavoro: se brucio, seziono, taglio, assemblo, ricompongo, in realtà non faccio altro che distruggere per creare».  

"Castello di legno" - Ph. Coralie Maneri
“Castello di legno” – Ph. Coralie Maneri

Il metodo è la distruzione creativa che, dall’economia (su su, chi non ha mai sentito parlare di Joseph Schumpeter?), passa all’arte visiva. Distruggere non ha senso, il “togliere” non è altro che un mezzo per arrivare a una sintesi superiore, inedita, addirittura inaspettata e sorprendente: è quanto facevano i dadaisti e Arienti, dadaista, un po’ lo è anche lui, ma sempre alla sua maniera. Ne è esempio preclaro il libro: pur non essendo un feticista del libro (impiegato in non poche occasioni come mezzo espressivo, destrutturandolo e ri-presentandolo in una luce rinnovata e impensata  [o de-pensata?]), Stefano Arienti è un gran lettore e possessore di libri (mi ha superato: ha due garage e invece di metterci la macchina, che dorme fuori,  ci tiene i libri che la casa e lo studio non possono contenere). Forse qualcuno tra voi ha avuto la possibilità di vedere il suo Castello di Legno a Courmayeur, un’installazione permanente sito specifica in cui il libro si coordina con l’ambiente sottostando al ritmo biologico delle stagioni, trasformandosi in un’opera “vivente”,  organica e sussistente, destinata ad armonizzarsi totalmente con il contesto naturale e soggetta a ricevere l’influsso di un tipo di azione non più umana.

Forse (anche) in questo consiste la “disciplina” più volte citata da Arienti nel corso della nostra conversazione: l’ “autodidattica” (che è anche il titolo di una sua recente mostra a Carrara, esposizione di un’opera prodotta nel corso del workshop con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti), ma che è anche la capacità di sviluppare i propri talenti in maniera autonoma e personale, impiegandoli nelle circostanze apparentemente le più impensate, come partire con una laurea in Agraria e arrivare ad essere un artista dei più apprezzati in Italia e fuori.

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Emanuele Beluffi
Milanese, dal 2008 cura mostre d'arte e scrive per i relativi cataloghi; nel 2009 inventa una rivista di critica d'arte (“Kritika”, con l’artista Mihailo Karanovic e il critico Stefano Mazzoni). Dal 2018 è responsabile di redazione a Il giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ha scritto di arte su magazine specializzati. Autore, con Flaminio Gualdoni, della monografia sull’artista Andrea Mariconti per conto della galleria milanese Federico Rui Arte Contemporanea (Skira editore, 2012). Nel 2016-17 collabora alla campagna elettorale di Stefano Parisi come coordinatore del Gruppo Cultura di Energie PER l'Italia, organizzando la parte culturale del programma politico. È stato promotore editoriale (editrice Mursia), archivista in Fondazione Biblioteca di via Senato e Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco, agente editoriale (Librimport, libri illustrati d’importazione) entrando in contatto con svariate agenzie di comunicazione come Armando Testa, Lowe Pirella, Ogilvy, Leo Burnett et cetera e redattore in un'agenzia di pubblicità specializzata.