Tra fede e destino ne “L’Annuncio a Maria” di Claudel

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Compagnie indipendenti producono nuovi spettacoli, ed esistono piccoli teatri altrettanto autonomi che sono interessati ad ospitarli. “L’Annuncio a Maria”, di Paul Claudel, è il testo che Antonio Sixty, direttore del Litta e a sua volta regista in passato della stessa drammaturgia, ha accolto nel suo teatro dal 15 al 20 dicembre, in questo caso per la regia di Paolo Bignamini, la traduzione e adattamento di Fabrizio Sinisi e le musiche originali di P.I.G. Una produzione di ScenAperta Altomilanese Teatri-DeSidera

Teatro&territorio, Teatro de Gli Incamminati e Compagnia Lombardi-Tiezzi per uno spettacolo, che dal 22 dicembre sarà a Brescia al CTB, scritto nel 1912 e che riflette sul tema dell’insondabilità del destino: ambientato in un Medio Evo convenzionale, accennato, un non-luogo, il lavoro riflette su quanto nella vita sia spesso il Caso il vero artefice del destino degli uomini. Basta un bacio con la persona sbagliata, ovvero con Pietro di Crayon (Alessandro Conte), che è malato di lebbra, e Violaine (Ksenija Martinovic) la contrae. Improvvisamente cambiano le priorità nella vita della ragazza, tanto da non godere della felicità del matrimonio che il padre, interpretato da Antonio Rosti, aveva pensato per lei con il giovane Giacomo Hury (Matteo Bonanni).

Dal dolore possono nascere la crescita o la gelosia e il senso di vendetta. Ecco che Violaine si ritira lontana dal marito e dalla famiglia per la fine dei suoi giorni, mentre Mara, Federica D’Angelo, innamorata di Giacomo, cerca di conquistarlo e finisce per diventarne la compagna. Tutto ciò, nel buio di una scena che riflette l’insondabilità del destino, si capisce, si coglie, ma non è necessariamente raccontato apertamente. Lo spettacolo pone l’attenzione anzitutto sul rapporto tra le sorelle e su come queste interpretino diversamente i casi del destino: se per Violaine “la sofferenza porta alla crescita e ci permette di indagare l’insondabile”, dice Bignamini, la sorella Mara, che è sempre stata messa in secondo piano dalla maggiore ed era innamorata di Giacomo, cerca finalmente di trarre vantaggio dalla debolezza di Violaine e, grazie alla sua assenza, sposa l’amato e gli dà un figlio. Tra madri assenti (una notevole Paola Romanò) e padri che partono per la Terra Santa lasciando il destino in mano a persone che appena si conoscono come il promesso sposo Hury, lo spettacolo affronta anche il tema della religione, caro a Claudel, “ci si attacca a Dio quando manca tutto il resto”, anche se forse vuole più nello specifico indagare l’animo umano e le sue reazioni davanti alla grandezza del mistero della vita e della morte.