Quando la periferia diventa poesia: i “Metroromantici”

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Uscire dal blocco. Bucare il ghetto. Pensarlo è semplice, realizzarlo molto meno. Appresso agli appelli della politica, allo scrosciare delle mani che plaudono il leader maximo di turno venuto a salvare la periferia, come un messia che parla su un trespolo di fronte al supermercato più grande di zona, difficilmente si rivoluziona, si esce allo scoperto, si trova la strada verso la redenzione. Allora devono cambiare i modi e i messaggi per comunicare con l’esterno. Chi deve raccontare la periferia metropolitana è chi la addomestica ogni giorno. Così, prima di soffocare nei luoghi comuni, nello smog, nel cemento, nella droga e nella routine, prima di crepare in silenzio nella riserva metropolitana, la borgata s’ingentilisce, scopre la sua intimità; si rivede sensibile e battagliera, romantica e smaliziata, come Roma sotto le stelle. No, non è vernice che incrosta i muri di colore e di protesta, non è, questa volta, l’ennesimo e dignitoso tributo a Bansky; non sono stornelli, né rime sul beat. È poesia, e anche di più: una corrente, un manifesto. Il Trullo, è da sempre una zona difficile di Roma, estrema periferia. “In epoche come questa si è fatti di vetro. C’è del colore dentro ma è irraggiungibile. Freddo […]Un ottimo rimedio all’inquietudine è coltivare […]Mi guardo attorno mentre sento il grido della poesia esplodermi dentro e apro le porte di quel grido a chi, come me, vuole esserci”. Eccoli i Poeti der Trullo, eccone il sentimento in gocce. Sette, come i re di Roma, legati da un’amicizia, stretti dai blocchi della borgata. Il tempo, la notte, la paura; la vita, il gioco, la rabbia. E poi ancora Roma, l’amore, la politica e il potere, la provenienza e il viaggio nei versi dei nuovi figli del Belli e del Trilussa. Er Bestia, Er Quercia, Er Pinto. Marta der Terzo Lotto, ‘A gatta morta, Er Farco e Inumi Laconico. Eccoli, tutti e sette:In epoche come questa unire sette diverse menti e lasciare che coltivino poesia in un giardino condiviso è cosa impossibile, se non si desse al colore che abbiamo dentro l’occasione di esplodere […] Il Trullo è un luogo della mente. Tutti possono affacciarsi su questo giardino periferico dopo essersi allontanati dal centro. Il centro delle decisioni, il centro della politica, il centro sotto chiave, protetto da vetri opachi, inaccessibile.Il Trullo è un luogo della mente e tutta la periferia esistente può essere seme e frutto di poesia. Noi esistiamo per dimostrarlo. Noi esistiamo per sporcare i passanti e i vicini del colore che ci è esploso dentro. Abbiamo deciso di lasciarlo fluire e di non arginarlo. Siamo in sette e siamo un coro che vuole cantare l’amore e la rabbia, l’esperienza e la meraviglia, la provenienza e il viaggio”.

Ma ai Poeti der Trullo, tutto questo non bastava. Serviva cristallizzare quest’esperienza perché non finisse come una sbiadita cena a lume di candela, sulle bancarelle del buon usato. Una continua genesi interiore ha dato vita ad un libro “Metroromantici” (Autopubblicazione, pp.248, Euro 10) e ad un omonimo movimento poetico, con tanto di manifesto che “si ispira al Romanticismo, nella sua accezione ottocentesca, quando le impressioni e le sensazioni creavano un forte tumulto del cuore e dell’anima e i sentimenti erano esaltati, regnando rumorosi e impazienti sulla ragione“, portando con sé, “il sublime, il senso di infinito, il sentirsi tanto piccoli di fronte all’immensità della natura, la tensione verso la profondità delle emozioni, l’esaltazione delle passioni“; un manifesto coraggioso, in un’epoca di svilimento, sfocata ed annichilita, capace di frantumare persino i cliché artistici: “La parola “poesia” non indica lo stile, la scrittura propriamente in versi, ma un approccio che trova nei versi una delle sue possibili manifestazioni e abbraccia anche la prosa, l’aforisma e potrebbe includere tutti gli altri universi artistici, come la musica, la pittura, il disegno, il teatro, il cinema. La poesia è un modo di guardare il mondo, non di raccontarlo”.

Altro che cemento e redenzione. Vita!