Michelangelo Antonioni, il ‘regista pittore’. Parla la moglie Enrica

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Il rosa e l’azzurro, il rosso e il verde, l’oro e il giallo: un’esplosione di colori, una forza dirompente, un inno alla vita, nonostante la malattia. Sono emozioni contrastanti quelle che si vivono davanti alle vivaci tele del grande regista Michelangelo Antonioni, scomparso nel 2007, Oscar alla carriera nel 1995, papà di alcuni dei più grandi capolavori del cinema italiano. E la consapevolezza che dietro ogni sfumatura e profondità, dietro ogni linea ed ombra, ci sia proprio il suo genio, esalta ed emoziona. Senza bisogno di ulteriori ragioni.

“Provo ammirazione umana e professionale nei confronti del Maestro – racconta ad Off Francesca Anfosso, curatrice della mostra – che ha dimostrato di essere Artista compiuto, capace di esprimersi e creare coinvolgimento emotivo utilizzando  con eguale maestria l’immagine,nella pittura come nel cinema. Le sue opere sono un’esplosione di colori e di forme, di suggestioni e di stili; colorate e “gioiose” ci svelano un Antonioni inatteso. Sono sicura che desteranno diffusamente la stessa ammirata emozione provata da me la prima volta che le ho viste nella splendida casa di Michelangelo ed Enrica a Bovara”.

Le sue opere, tutte acrilico su tela o su cartoncino telato, quelle dipinte durante gli ultimi anni della sua vita, quando la malattia lo aveva già costretto ad abbandonare la sua amata macchina da presa, sono protagoniste della mostra “Michelangelo Antonioni pittore”, sino al 29 febbraio alla Galleria 28 di Piazza di Pietra a Roma, curata dalla moglie del maestro, Enrica Antonioni, e dalla direttrice della galleria Francesca Anfosso.

Enrica, che differenza c’è tra Michelangelo pittore e quello cinematografico?

Il cinema di Antonioni è pittura in movimento: il suo obiettivo era la bellezza, e c’è una grande ricerca scenografica nel cinema di Michelangelo. Gli attori devono essere nell’inquadratura ma non sono loro gli unici protagonisti: dal colore ai grigi, dai panorami agli oggetti, c’è una ricerca sottile e ossessiva del quadro, che diviene quasi più importante della recitazione stessa.

Cosa lo ha spinto, dopo tanti successi cinematografici e durante la malattia, a rimettersi in gioco nella pittura?

La voglia di essere creativo ogni giorno: Michelangelo non poteva non esprimere le sue intuizioni, e ne aveva tutti i giorni. L’idea de Il grido, infatti, gli è venuta da un muro. Era la sua urgenza di esprimersi, di far uscire quello che aveva dentro, di dare sfogo a tutti quegli strati di attenzione che lui aveva osservando la vita. Infatti portava sempre con sé un taccuino, dove appuntava tutte quelle sue intuizioni fulminanti.

_ND82686_fedeliNasce prima la sua passione per la pittura o per il cinema?

Il suo primo approccio alla pittura risale a quando era molto piccolo: i ritratti dei suoi genitori, quelli di Greta Garbo, i paesaggi. Aveva bisogno di dipingere, ma il suo bisogno di fare cinema era maggiore, quindi ha fatto cinema sin da subito, ma come un pittore. Le sue prime opere esposte sono state le Montagne Incantate: piccoli collage con cartoncini cotonati che aveva usato durante le riprese di Deserto Rosso, prima distrutti e poi fotografati, così da ingrandirli e sfumare i colori. La sua passione per la pittura nasce proprio da questa sua voglia di familiarizzare con il colore: passare dal bianco e nero del suo cinema neorealista all’espressività dei colori è stato un grande segno di coraggio.