La giovane attrice che sfata il detto “è bella ma non balla”

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Silvia Mazzieri, foto2La solarità e la spontaneità, Silvia Mazzieri le trasmette anche tramite la sola voce al telefono. L’abbiamo intercettata in un momento di pausa dal set di Braccialetti rossi 3 (per la regia di Giacomo Campiotti) per raccontarci della sua Silvana Maffeis nella nuova fiction Rai, Il paradiso delle signore, diretta da Monica Vullo. Classe 1993, toscana, occhi azzurri e un sorriso che ha subito trasmesso al suo personaggio, la Mazzieri è stata eletta Miss Cinema nel 2010 e dopo lo studio (che non dimentica mai), ha iniziato a muovere i passi tra fiction, film, webseries e pubblicità. Parlandole si ha la percezione di quanto questa passione per la recitazione la muova, di quanto sia il motore che la fa essere propositiva, forte certo dell’età e della consapevolezza di come alcune occasioni siano un mix tra l’impegno personale e l’essere al momento giusto nel posto giusto.

Partiamo da Il paradiso delle signore, di cui è appena andata in onda (martedì 8 dicembre) su Rai Uno la prima puntata. Puoi raccontarci con tre aggettivi significativi la tua Silvana?

Solare, ingenua e sognatrice.

Silvana sogna di diventare attrice. Quali punti di contatto senti di avere con lei?

Appena ho letto la sceneggiatura ho ritrovato tanto di me nel suo essere un po’ sognatrice e spontanea, però lei è molto più ingenua. La vedo ancora molto ragazzina, sprigiona quella leggerezza che spesso crescendo perdiamo.

Come hai vissuto il passaggio ad un ruolo così importante, finalmente da co-protagonista?

Inizialmente sentivo molto la responsabilità, trattandosi anche di una serie molto lunga (sono dieci puntate, ndr) e tenendo anche conto che il mio personaggio viaggia su un filo sottile. È sì solare, ma proprio per questo, dal punto di vista della recitazione, si può cadere o nell’esagerazione o nella banalità perciò non è stato semplice trovare la giusta misura. Ho fatto uno studio ben curato anche riguardando diversi film degli Anni ’50, mi sono ispirata a Marilyn Monroe che possedeva quella freschezza.

D’impatto ho provato quell’insicurezza che è anche giusto che ci sia e che poi ti permette di andare oltre preparandoti ancora più a fondo. In più, col trascorrere del tempo, si è davvero creato un gruppo affiatato, anche perché siamo quasi tutti alla prima esperienza rilevante.

Effettivamente in questa fiction ci sono molte donne, da voi co-protagoniste alla regista. Possiamo sfatare il mito che ci sia un clima di super-competizione quando delle donne lavorano insieme?

Le veneri (così vengono chiamate le commesse, ndr) sono ruoli femminili, siamo tutte belle ragazze, ma ci siamo trovate benissimo insieme e ci siamo supportate a vicenda.

Cos’ha significato indossare i costumi di quegli anni?

È stato bellissimo, avvertivo l’eleganza, poi sentivo un profumo di pulito, il rumore dei tacchetti. Allora la donna si curava tanto con l’acconciatura giusta, la borsettina abbinata, il rossetto, l’eyeliner. Le gonne alte, svolazzanti fino al punto vita contribuivano alla femminilità e ho scoperto anche dei miei punti a cui prima non avevo pensato. Quando arrivavamo la mattina ci sentivamo davvero coccolate nel preparare questo aspetto e ci serviva per entrare nel personaggio.

Segui la moda?

Per gli eventi magari sì, sono attenta agli stilisti, ma nella vita di tutti i giorni sono molto casual, acqua e sapone. Non è tanto la ricchezza del vestito, quanto come ci si muove all’interno, come lo si porta. Credo che la cosa più importante sia prendersi cura di noi stessi e il vestito o anche, nella semplicità, un pantalone e una magliettina ci supportano in tal senso.

Vedendo il backstage della fiction, a un tratto Pietro Mori (il proprietario del grande magazzino, interpretato da Giuseppe Zeno) dice che le commesse devono essere «delle donne che sanno parlare alle donne». Secondo te oggi è ancora così?

Io trovo che sia fondamentale seguire quest’indicazione anche ai nostri giorni, soprattutto nel trasmettere messaggi di eleganza, femminilità, dignità per cui, secondo me, la donna deve saper parlare alla donna.

Io lo vivo anche rispetto alla mia età perché mi rendo cono che tanti giovani prendono spunto da noi e possiamo essere dei buoni portavoce.

Questo ci fornisce il là rispetto a Braccialetti rossi 3. Il cast di questa serie è diventato effettivamente di esempio…

È proprio questo il bello! Questa è una fiction in cui dei ragazzi – alle primissime puntate sconosciuti – hanno trasmesso dei messaggi relativi al saper convivere con la malattia ed è necessario comunicare questo tanto più ai più piccoli perché quando si è bambini non si ha conoscenza e coscienza di questo.

Anche Il paradiso delle signore è portatore di tanti messaggi, è ispirata e ambientata negli Anni ’50, ma è anche molto moderna. Ogni personaggio che fa parte della storia, piccolo o grande che sia, è detentore di questo.

Sempre in una scena della fiction ora in onda si accennava come a quei tempi per salvare una famiglia si dovesse sacrificare la donna. Questo si è un po’ superato in Italia, ma in molte culture si verifica ancora, cosa ne pensi?

Sì Teresa (Giusy Buscemi, nda), è una forte, è scappata da queste regole scegliendo di trasferirsi a Milano per trovare la propria serenità e costruire un futuro.

Senza dubbio la nostra forma mentis rispetto ad allora è mutata per quanto concerne il ruolo della donna.

Ci sono tante culture e vanno rispettate. Sicuramente credo che sarebbe stato difficile, per me, se avessi avuto una famiglia che mi imponesse di stare o sposare una persona che non amo.

Nella fiction si tratta anche l’emigrazione da Sud a Nord, fatto che accade ancora adesso, con  italiani spesso costretti a cercare lavoro all’estero. Tu come la vivi anche rispetto alla tua giovane età?

Credo che in Italia abbiamo moltissime risorse e che questo Paese possa regalare ancora tanto. Sono d’accordo nell’andare all’estero come fonte di arricchimento, ci sono anche le scelte del singolo, però io tendo a rimanere molto affezionata alla mia Italia.

Il paradiso delle signore, foto di scena

Cosa rispondi a chi pensa che i reality e “Miss Italia” accorcino la gavetta rispetto a chi esce dalle accademie di teatro o da scuole di cinema?

Penso che quest’idea chiusa purtroppo c’è, però, con il tempo e con gli anni si smussa grazie magari al lavoro che compie sul campo quella ragazza che ha fatto “Miss Italia”. Certamente la bellezza aiuta perché attrae lo spettatore, però poi quello che conta è la persona, come si arriva al pubblico. Io prima di “Miss Italia” facevo atletica a livello agonistico e ho vissuto quel concorso come esperienza, spronata dagli amici anche per sbloccarmi un po’. Non mi passava per la testa di far l’attrice, è stato qualcosa che ho scoperto lì. Immediatamente dopo, in realtà, ho concluso gli studi, diplomandomi in chimica industriale, poi ho frequentato una scuola di teatro a Firenze per due anni e successivamente anche corsi con dei coach a Roma.

“Miss Italia” serve come trampolino di lancio, per farsi vedere, ma anche per capire se è qualcosa che tu vuoi e, con lo studio e l’impegno, poi tutto questo emerge. Si tratta di uno studio continuo sia personale che attoriale, a volte dopo “Miss Italia” devi anche farti valere di più per sfatare il detto “è bella ma non balla” (in originale napoletano: «è bell ma nun abball», ndr), invece, se si è belli e bravi è un punto assolutamente in più.

Tutti i lavori realizzati sino ad ora mi stanno completando in questa crescita. Il set è la miglior palestra, ogni giorno affronti qualcosa di diverso e poi devi essere molto molto empatico relazionandoti con persone differenti, trattandosi di un lavoro di squadra.

A proposito di formazione, ci risultava un suo progetto con Ugo Pagliai, doveva essere il nuovo film di Kamal Kamal. Ce ne puoi parlare?

Quel mese trascorso con Pagliai in Marocco è stata una bellissima esperienza, mi ha insegnato e regalato tantissimo, ho assorbito tutto ciò che mi diceva sul mestiere dell’attore. Poi si trattava di una troupe internazionale per cui ci si raffrontava anche con lingue diverse, con attori tedeschi, inglesi, russi, noi due eravamo gli unici attori italiani. Purtroppo il film poi non è partito, non sono riusciti a far combaciare gli impegni di così tanti interpreti di varie nazionalità.

Per quanto riguarda il ruolo di Bella nella prossima serie di Braccialetti rossi puoi dirci qualcosa?

Il mio personaggio in sé preferiamo che lo scopriate vedendo le puntate. Posso dire che sono molto contenta perché lo scorso anno avevo fatto due piccolissime scene, quest’anno sono proprio entrata nel cast e mi sta donando tanto.

Che messaggio vorresti dare ai giovani che sono incuriositi da questa professione e magari si sentono dire continuamente: “hai un piano B”?

Io credo che a diciott’anni è giusto che uno possa sognare. Se pensi a diciotto-vent’anni al “piano B” è tutta energia che disperdi, invece bisogna canalizzarla, crederci e buttarsi a capofitto. Se si pensa già di non potercela fare, allora non ha neanche senso provarci.

Personalmente non penso ora a un “piano B”, sento e voglio far l’attrice e ce la sto mettendo tutta. Penso che si possa vivere del proprio lavoro, anche di questo mestiere. Certo ci vuole fortuna, insieme allo studio e all’impegno perché non è una professione facile.

C’è un aneddoto che vuoi raccontarci per salutare i lettori di OFF?

In una delle mie trasferte, pochi giorni fa stavo prendendo il taxi perché dovevo ripartire da Roma e tornare sul set in Puglia. Inizio a parlare con la signora alla guida e all’improvviso sento arrivare quest’ondata di profumo che mi ha ricordato qualcosa di bello, che fa star bene. Ho cominciato a chiederle informazioni, se fosse una crema o un profumo e me lo ha passato per farmelo sentire più da vicino e spruzzarlo. Al semaforo, mi guarda, mi sorride, mi racconta di averlo appena acquistato e me lo regala. Mi sono emozionata e ho riflettuto su quello che era appena successo… avevamo parlato, ci siamo ascoltate, ci eravamo scambiate messaggi positivi e lei ha fatto quel gesto. Mi ha ricordato come spesso corriamo, andiamo troppo dietro al lavoro, ai ritmi e ci dimentichiamo di quelle “piccolezze” essenziali della vita. Credo sia un input personale molto importante e propositivo. Ad esempio, Il paradiso delle signore comunica proprio l’entusiasmo post Seconda Guerra Mondiale, con la ripresa e noi, oggi, con la crisi, dobbiamo essere convinti che se ci mettiamo del nostro le cose si ottengono. Anche a livello attoriale deve accadere questo: se tu riesci ad esprimere qualcosa, poi quella stessa persona ti regala a sua volta, è anche grazie al pubblico se noi riusciamo a lavorare.