Petrit Halilaj all’Hangar Bicocca. Ed è subito sera

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Petrit Halilaj. Exhibition view Space Shuttle in the Garden. Courtesy the Artist and Pirelli Hangar Bicocca. Photo Agostino Osio
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“Space Shuttle in the Garden”- Photo Agostino Osio

Saranno piaciuti un sacco gli spazi dell’ex Breda/Ansaldo a Petrit Halilaj, artista di Pristina, Kosovo, classe ’86, con le sue galline e i casseri in legno e i rami e il terriccio e i metalli. Negli anni Cinquanta in questo ex complesso industriale venivano costruite carrozze ferroviarie, locomotive elettriche e a vapore, caldaie, macchine agricole e utensili (e prima anche aerei, proiettili e prodotti di impiego bellico), poi nel 2004 Tronchetti Provera comprò l’immane compound (15.000 metri quadrati) e lo trasformò nell’Hangar Bicocca che tutti conosciamo: gigantismo espositivo in permanenza (le torri celesti di Kiefer ora accompagnate da cinque mastodontiche opere pittoriche prodotte tra il 2009 e il 2013) e magnitudo di mostre con artisti di caratura internazionale.

Space Shuttle in the Garden, questo il titolo della mostra di Petrit Halilaj curata da Roberta Tenconi (ex Fondazione Trussardi e ora alla sua prima prova del fuoco all’Hangar Bicocca), consta di più di dieci progetti, vecchi e nuovi, alcuni dei quali vere e proprie realizzazioni sito specifiche -anche se per la gran parte si tratta di riletture di produzioni a partire dal 2008, quando l’artista kosovaro era ancora poco più che un fantolino.

Halilaj dev’essere un ex enfant prodige, dal momento che il suo curriculum vitae vanta musei e istituzioni, comprese la Biennale di Berlino nel 2010 e quella veneziana nel 2013, senza parlare dei nomi altisonanti dei prestatori d’opera per questa mostra milanese (Nomas Foundation, Collezione Francesco Dalla Rovere, tanto per citare alcuni dei suddetti prestigiosi).

Se con Philippe Parreno (la cui coreografica antologica è tuttora visitabile negli spazi dell’Hangar Bicocca) dovevate mettere in conto due ore, con la mostra di Petrit Halilaj ve la cavate con meno: i titoli delle sue produzioni sono quasi sempre wertmülleriani (esempi: The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real; It is the first time dear that you have a human shape; Who does the earth belong to while painting the wind?!; They are Lucky to be Bourgeois Hens [I e II, nota dell’articolista]) ma, anche se qui il gigantismo verbale fa spesso rima con quel che c’è da vedere, in realtà Space Shuttle in the Garden non è poi così impegnativa per chi la visita.

Con un bel po’ di esuberanza la mostra di Petrit Halilaj viene venduta come una produzione dal fortissimo valore autobiografico che assurge a una testimonianza di afflato universale (dal comunicato stampa della mostra: Partendo dal vissuto e dalla storia personale dell’artista e dai cambiamenti del suo paese d’origine, il progetto espositivo approfondisce temi universali come la memoria, la ricerca di identità, il concetto di casa come luogo di condivisione e spazio individuale, fino a toccare aspetti legati alla collettività e alla creazione e conservazione di un patrimonio culturale condiviso).

E in effetti anche Friedrich Nietzsche coi suoi aforismi ci parlò sempre dei fattacci suoi. Ma Petrit Halilaj, pur se nelle sue peregrinazioni espositive è stato a San Gallo come il suddetto filosofo dionisiaco, non è proprio proprio un artista per tutti e per nessuno: Space Shuttle in the Garden è di un’ingenuità disarmante e non è che se fai opere grandi sei un grande artista.

Riproporre in un ambiente espositivo un ambiente naturale agreste con rami e terra  è un espediente estetico che non aggiunge nulla di nuovo alle 70 repliche isomorfiche che ho avuto occasione di vedere fino adesso e se ci metti le galline non aggiungi nulla di nuovo (la sera dell’inaugurazione i pennuti si sono spostati dal recinto, ricreato per l’occasione nell’Hangar Bicocca, all’interno di un razzo spaziale in legno collocato fuori, lo space shuttle in giardino appunto). 

Idem per l’installazione con i casseri in legno utilizzati per l’edificazione della casa della famiglia Halilaj a Pristina: lo poteva fare anche Florian Slotawa  e infatti l’ha fatto, quando trasferì il soffitto del suo studio di Berlino nello spazio di una galleria. 

Potremmo parlare dell’installazione fatta con legno, pietra e crini di cavallo (altro precedente illustre:

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“Space Shuttle in the garden” – Photo Agostino Osio

Christiane Löhr, la quale, oltre che alla galleria Ala, vedemmo proprio qui all’Hangar Bicocca anni fa), o dell’acquario in cui fluttua la piuma di un gallo (con molta meno poesia: Jeff Koons e le sue palle -da basket, in acquario), o dei monili fuori scala, cento volte più grandi degli originali, mega sculture in metallo che riproducono un braccialetto e una collana appartenuti alla madre dell’artista, o del video girato ad altezza filo d’erba sulla colline dove prima sorgeva casa Halilaj e ora domina solo il verde, o dell’installazione di rami e terriccio, aperta come un libro enorme, fatta di teche in vetro e lastre di rame su cui sono collocate repliche di un bastone, di un paio di scarpe, di alcune cornici e oggetti d’uso quotidiano appartenuti al nonno paterno: potremmo parlare di tutto ciò ma non lo faremo, perché chi scrive dev’essere fedele a chi legge e, se volesse dimostrargli come Space Shuttle in the Garden di Petrit Halilaj sia materia di una memoria personale trasfigurata in una sorta di meme universale, si comporterebbe allo stesso modo della guida turistica alla Biennale di Venezia nel celeberrimo film di Alberto Sordi.

Il giovane Petrit Halilaj è intelligente ma non si applica e questa sua mostra è veramente molto ingenua: susciterà l’ammirazione della new wave degli art addicted, la nuova generazione dei frequentatori di mostre che ultimamente vedo sempre più spesso in mezzo alla classica bella gente, ma chi nel corso degli ultimi nove anni si è visto una media di dieci mostre a settimana un po’ qui e un po’ là senza contare le fiere, si sentirà un po’ come Toni Servillo nel film La grande bellezza, quando l’ennesima artista gli fa vedere la sua serie di foto incentrate sul corpo (suo).

Ma il riso scaldato è sempre più buono di quello che hai appena cucinato (citazione illustre dal succitato lungometraggio). Si vada, quindi, all’Hangar Bicocca: non per boicottare la mostra del giovane Halilaj a favore di Parreno o Kiefer, ma per sincerarsi o meno se il gigantismo, specie se fatto dai più piccini, unitamente alle mostre monstre e un poco circensi, non abbiano alfine un po’ rotto le balle.

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Emanuele Beluffi
Nato a Milano, vivo e lavoro a Milano. Ordine Nazionale dei Giornalisti tessera n. 173490. Laurea in Filosofia presso Università degli Studi di Milano, Filosofia del Linguaggio-Orientamento Logico-epistemologico. Responsabile di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ho curato cento mostre di arte contemporanea in Italia, in collaborazione con svariate gallerie d'arte; i relativi testi critici sono tutti pubblicati a catalogo e online. Ho scritto una monografia pubblicata da Skira. Ho prodotto un magazine cartaceo d’arte contemporanea a colori su carta patinata, presentato a diverse fiere internazionali d’arte contemporanea e attualmente conservato al Centre Pompidou di Parigi. Profilo completo qui: https://www.linkedin.com/in/emanuele-beluffi/