Usa 242 ostie per una performance. E la chiama arte

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Abel Azcona
Marcel Duchamp
Marcel Duchamp

Tutto è lecito in arte? Sì, se conveniamo che, da quando mise un pisciatoio in mostra, l’arte contemporanea è una serie di glosse a Duchamp.

Io non mi scandalizzerei se un artista esponesse un frigorifero in un white cube. La patente di arte contemporanea viene infatti rilasciata da fattori che operano in sinergia, cioè la bravura dell’artista nel convincerci che il suo è un lavoro d’arte, diretta conseguenza del combinato disposto dell’azione informativa e culturale degli operatori del settore (critici, galleristi, giornalisti, collezionisti).

Risultato: noi attribuiamo all’oggetto in questione un significato completamente diverso da quello che ha nella sua vita di tutti i giorni. Uno scatolo Brillo Box cessa d’esser tale quando Andy Warhol lo espone in una mostra. L’oggetto è fisicamente lo stesso, ma il suo significato cambia totalmente e tutti lo vogliono.

Dice è il contesto. Sì, ma non solo.

Ecco perché non devete incazzarvi quando a una fiera d’arte contemporanea vedete esposti in uno stand dei copertoni stretti da una morsa (Arcangelo Sassolino è bravissimo, io sono un suo fan. Del resto parlammo di lui anni fa su un certo fogliuzzo kritiko…).

Tutto è lecito. Ma siamo un po’ tutti anche agenti critici e, quando il lavoro di un artista si limita (il che non è poco, badate) alla fedeltà al presente, allora noi non possiamo non giudicarlo alla luce della sua stessa contemporaneità.

Ecco perchè invece c’incazziamo quando la critica bru bru grida alla censura per la mordacchia al bicchiere pieno di piscio di Andres Serrano, ma tace quando i fratelli Kouachi macellano la redazione di Charlie Hebdo che pubblica (fra l’altro) la vignetta del Profeta culo all’aria.

Ma il busillis è semplice: con la libertà d’espressione si può turlupinare i monoteismi tolleranti senza conseguenze, mentre con le confessioni, diciamo, colleriche non è possibile sfangarla tanto facilmente.

Che noia gli artisti che se la prendono con la Chiesa cattolica (e vi sta parlando un agnostico, sia pur ossequioso): stavolta è il turno di Abel Azcona, performer (ullallà!) di Pamplona che ha usato 242 ostie (pare trafugate in due chiese di Pamplona e Madrid, facendo finta di comunicarsi) per comporre la parola “pedofilia”.

Abel Azcona

Perché? “Per riflettere sulle sofferenze propria e altrui”, dice l’artista. Il quale non è nuovo a “performance” memorabili , dal momento che nei giorni scorsi ha fatto un po’ di cinema alla galleria Rossmut di Roma, esito di un’azione realizzata in un albergo di Madrid, quando dietro al pagamento di 100 euri Abel Azcona mise a disposizione se stesso per coloro che avessero voluto passare un’oretta con lui.

Anche Charles Bukowski visse esperienze dolorose, ma si guardò bene dall’offrire al suo pubblico (di lettori) esorcismi artistici non richiesti.

In generale con la performance è facile suggestionare il mainstream culturale: non tutti sono Rene Ricard e non tutti sono Jean Michel Basquiat.

Ma il punto è un altro. L’impressione è che, da un po’ di tempo a questa parte, la patente artistica viene rilasciata più facilmente quando, nell’ordine:

1) l’opera in questione ingiuria un monoteismo fondamentalmente tollerante e liberale (lo sappiamo dai tempi dell’asilo: è facile prendere di mira il più mite)
2) la polizia s’incazza (leggi: le istituzioni. Che chiedono di togliere la tal opera dalla mostra)
3) il birignao della critica grida al censore

E allora, come nella dialettica hegeliana, torniamo da dove siamo partiti, ma con qualcosa in più:

1) se un lavoro d’arte, nella meno peggio delle ipotesi, è fedele al presente, allora il suo creatore deve accettare un’assunzione di responsabilità in base alla posta che lui stesso ha messo in gioco.
2) tutto è lecito, anche il fatto d’essere intolleranti coi cialtroni.

Se siamo razionali dobbiamo essere anche critici, ce lo insegnò il filosofo non conformista Karl Popper, bersaglio degli sfottò conformisti.

Quando potrò vedere un’opera d’arte sull’erotofilìa del cristianesimo?

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Emanuele Beluffi
Nato a Milano, vivo e lavoro a Milano. Ordine Nazionale dei Giornalisti tessera n. 173490. Laurea in Filosofia presso Università degli Studi di Milano, Filosofia del Linguaggio-Orientamento Logico-epistemologico. Responsabile di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ho curato cento mostre di arte contemporanea in Italia, in collaborazione con svariate gallerie d'arte; i relativi testi critici sono tutti pubblicati a catalogo e online. Ho scritto una monografia pubblicata da Skira. Ho prodotto un magazine cartaceo d’arte contemporanea a colori su carta patinata, presentato a diverse fiere internazionali d’arte contemporanea e attualmente conservato al Centre Pompidou di Parigi. Profilo completo qui: https://www.linkedin.com/in/emanuele-beluffi/

5 Commenti

  1. Caro Sig. Beluffi, ovviamente lei ha perfettamente ragione, almento per noi persone normali. La prego di non fare caso ai due idioti albs ed Angelo Crespi, che non hanno niente di meglio da fare che rompere le scatole e dimostrare la propria ottusa imbecillità Grazie per disprezzare come me quelle assurde forme di “arte”.

  2. non si inizia una frase con la E congiunzione!!! Siete solo dei giornalai, fate più schifo dello stesso giornale per cui scrivete, imparate l’italiano!!!

    • Mi scusi, ma lei si è fermato alle elementari o ha letto per caso Gadda? Ha visto Duchamp? Ha sentito, almeno, Nek? Oppure, legge solo gli appuntini della Crusca e ci vuole fare da maestrino? Ci faccia il piacere, indirizzi la sua saccenza a cause migliori

      • La tutela della nostra bella Lingua contro chi la stupra ogni giorno (e su questo “giornale” avviene con vergognosa frequenza) è una altissima causa. Imparate a usare le subordinate, giornalai!!

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