Leggero come il ferro…

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A Bologna “battere finché è caldo” ha acquistato un nuovo significato. Una ricerca fatta negli archivi fotografici delle Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Carisbo ha dato vita ad una mostra di estrema lievità, “Leggero come il ferro” a cura di Mirko Nottoli e Benedetta Basevi hanno indagato la storia e l’arte, da tempo dimenticate, di Sante Mingazzi anima del Liberty italiano ai tempi di fama internazionale.

«Era ormai tempo, come è successo recentemente con Mazzucotelli, Calligaris, Bellotto, a Carlo Rizzarda, Emilio Prazio e ai faentini Matteucci, che la figura del fabbro o meglio imprenditore e artista Liberty, venisse restituita alla luce, grazie soprattutto alla donazione fatta dalle figlie di lui che hanno lasciato tutto l’archivio nelle mani di Genus Bononiae, l’istituzione museale della Fondazione Carisbo» racconta Mirko Nottoli.

Sante Mingazzi era nato a Ravenna, presto orfano cresce nella città Felsinea con un parente ingegnere, Saturno Mingazzi (considerato l’antesignano dei celebri tubi Innocenti), fin da giovanissimo è a bottega dai maestri del ferro Maccaferri, autori del chiosco della ditta Buton all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tanto per dirne una, che Sante lascia presto per aprire la sua bottega.

orologio fine 056    PASTICCERIA ROVINAZZI

A Bologna, con la mostra, è scattato anche l’appello dei curatori ai cittadini bolognesi, ai quali chiedono di «portare oggetti del celebre fabbro, o che potrebbero esserlo, magari guardando bene nelle soffitte o nelle cantine, verranno valutati e catalogati», spiega Benedetta Basevi.

Per chi non le possiede, invece, le opere di Mingazzi si possono ammirare un po’ ovunque in città: l’orologio del Banco di Roma in via Ugo Bassi, la pensilina dove oggi si trova la Mondadori, cancelli, portalume e cornici in Certosa, la lampada votiva su disegno di Casanova nella Basilica di San Francesco, ma non solo ricordiamo tra le tante anche i candelabri di Tartarini per la tomba di Umberto I al Pantheon, fino alla tiara papale di Leone XIII disegnata da A. Milani.

Lamapade da tavolo in ferro e vetro con grappoli d'uva

Sante Mingazzi era un pioniere, «cosciente che per avere successo doveva ritagliarsi la famosa fetta di mercato: le oltre 500 lastre fotografiche dalle quali è nata la mostra» spiegano i curatori, aperta ad ingresso libero fino al 18 novembre nella ex chiesa di San Giorgio in Poggiale a Bologna, «mettono in luce non solo l’artista ma l’illuminato comunicatore e imprenditore. Il suo mercato sono le famiglie patrizie che allettava con cataloghi sapientemente curati e illustrati: lampade, pomelli, maniglie, letti, culle, lampadari, parafuoco, portabiciclette, copricaloriferi e le sue famose orchidee».

Era un grande comunicatore, usava cartoline con le foto delle sue opere e cataloghi fotografici molto accurati, «non manca di lavorare con i designer più in voga del suo tempo, infatti, abbiamo trovato una foto molto curiosa dove Mingazzi è in compagnia di Marcello Dudovich vicino ad una sua opera» racconta Nottoli. ma non è tutto, «lo studio ha permesso il confronto con altri materiali conservati in altri musei, come il bozzetto di una lampada di Alfredo Tartarini conservato al Museo Davia Bargellini, di cui esiste la lastra fotografica della realizzazione e tante altre». Una ricerca, quella bolognese, a colpi di martello.