Fascista da morire: l’altro volto della Resistenza

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Berto Ricci, matematico e fondatore della rivista "L'Universale"
Lo scrittore e giornalista Mario Bernardi Guardi
Lo scrittore e giornalista Mario Bernardi Guardi

Lo si legge tutto d’un fiato. Fascista da morire di Mario Bernardi Guardi (Mauro Pagliai Editore, pp. 202, €13) è un romanzo vero. Perché ha un ritmo, c’è padronanza della lingua, che è qua e là il vernacolo fiorentino, i dialoghi sono realisti, il periodare breve e schietto.
Vera è anche la storia, ma è scritta con trama così romanzesca, nella sua commistione di personaggi realmente esistiti e fittizi, che, se non la si conoscesse, la si potrebbe credere di fantasia. Bernardi Guardi, giornalista, saggista, animatore della Versiliana, esperto della cultura e della storia tra le due guerre, ha dato anima e corpo a chi la Resistenza l’ha vissuta sulla barricata sbagliata, quella senza allori postumi.

Il sangue dei vinti trova qui un po’ di giustizia. Il protagonista, Mario, è un cecchino, uno di quelli che gli alleati non li hanno accolti a braccia aperte, a Firenze, nella torrida estate del ’44. Uno dei tanti di cui si sa poco e nulla, morti dimenticati perché scomodi: dei fascisti mai pentiti non si parla volentieri. Bernardi Guardi lo fa con un libro che è una pugnalata, perché a morire imbracciando il fucile sono ragazzi, a volte minorenni: “fascisti con il latte sulla bocca”. Mario di anni ne ha ventitré ma è come se ne avesse vissuti cento. Sa che tutto è perduto e, sui tetti di Firenze, attende di sparare ai vincitori perché vuole, almeno, “la bella morte”. E di lassù ricorda e racconta. Di Berto Ricci, suo maestro, il matematico fondatore della rivista L’Universale morto sul fronte di Bir Gandula, in Cirenaica

UnknownOsserva e tramanda. Di come Curzio Malaparte fosse passato di là sulla jeep con un americano, a caccia di carne fresca per il suo capolavoro, La pelle. Dei suoi amici giustiziati sulla piazza: Gino, di poco più giovane di lui, e la bella Tosca, una ragazzina di quindici anni. Non si sa se siano soldati o bambini incoscienti che giocano alla guerra, sta di fatto che ogni tanto dal mito riemerge Ettore, quello dell’Iliade, che sapeva di aver perso ma volle farlo sul campo di battaglia, per essere uno sconfitto ammantato di gloria eterna. Perché qui non mancano i perdenti senza gloria cui far compagnia. Ragazzi stagliati sulle linee nette del paesaggio toscano, fermati per sempre sotto un sole canaglia, che non perdona.