Gheddafi, il fascino romanzesco del Rais

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Yasmina Khadra, L’ultima notte del Rais, Sellerio, 2015

In letteratura vige la tirannia dei cattivi. Alle moine della Karenina preferiamo il cinismo di Stavrogin, agli ombrellini e al tedio di Isabel Archer, patetica eroina di Ritratto di signora l’arpione del capitano Achab. Ancor più, ci esaltano le crudeltà imperiali dei cesari narrati da Plutarco, Tacito, Ammiano Marcellino e Shakespeare (il mio regno per un Riccardo III…), ma ormai, chi li racconta più? Gli scrittori nostri si esercitano in romanzi sociologici, in banalità pediatriche.

Così abbiamo l’epica del Partigiano Johnny ma ci manca l’immane romanzo su Benito Mussolini (il quale, secondo Elio Vittorini, leccaculaggio epico al tiranno, era uno scrittore eccelso, più bravo del “più bel romanzo di Tolstoj”), l’ultimo romanzo italiano su un dittatore è Il principe di Machiavelli, di fatto la dentata biografia di Cesare Borgia. Così, ci siamo lasciati fregare un eroe “omerico o rabelaisiano”, di certo “shakespeariano” come Gheddafi: L’ultima notte del Rais (Sellerio 2015, pp.168, euro 15) non l’ha scritta un Saviano qualsiasi o un Malaparte redivivo (magari), ma Yasmina Khadra, che non una danzatrice del ventre ma lo pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, algerino che ha fatto fama in Francia.

Il libro è livido, suggestivo e furbo – sembra pronto per la messa in scena o in fiction tivù. Peccato. Perché “il romanzone” sulla Libia ce l’abbiamo in casa. S’intitola I confini dell’ombra, l’ha pubblicato Morcelliana nel 2006 ed è il lavoro di una vita di Alessandro Spina, pseudonimo che cela Basili Khouzam, morto nel 2013, imprenditore cacciato da Gheddafi durante la rivoluzione militare. Uno tra i grandi scrittori d’Italia, misconosciuto per “miopia e distrazione editoriale” (Piero Gelli), che credeva solo nel genio tirannico.