Armenia, “regno di pietre urlanti”

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Armenia, il primo genocidio del XX secoloIl grande male. La lingua armena pare ingentilire la bestialità, arginando l’espressione che designa la strage nei confini della dignità di un popolo che è stato spezzato con la forza. Il genocidio armeno non è stato solo il loro grande male, lo è stato per tutti. Buchi neri che non ti faranno mai capire quanto è maturo l’occidente. Una ferita sanguina e se non si prosegue nella memoria, s’infetta.
L’animalesca abitudine del branco, quella della ‘pulizia etnica’. Cento anni fa il passato, il genocidio degli armeni, con oltre 1.200.000 vittime per mano turca. Cento anni dopo il presente, nel libro di Antonella Monzoni. Non una narrazione romanzata, non un’inchiesta: la potenza delle immagini, diretta. Osserva ciò che è. “Ferita armena” (Polyorama, pp.176, Euro 32,30) è un reportage fotografico nella terra del primo genocidio del XX secolo. Antonella Monzoni c’è andata in Armenia, l’ha percorsa. Modenese, big della fotografia nazionale, vincitrice di numerosi premi nazionali ed internazionali – tra cui nel 2012 il primo premio VIPA, Vienna International Photo Award – , con il reportage nel genoma. Impressionare gli uomini che fanno gli uomini, nel loro spazio, nel loro tempo.

Cento anni dopo il ‘grande male’ha raccolto gli scatti di viaggio in un libro. “L’Armenia è stata una scoperta per me. Ho sentito da subito il suo tormento, i territori che attraversavo si presentavano aspri, ostinati, rocciosi, un “regno di pietre urlanti” come lo ha definito Osip Mandel’stam. L’Armenia mi ha raccontato le sue ferite, la sua storia, il suo orgoglio. L’ho visitata tutta, camminando, conoscendo persone che amavano condividere con me il proprio vissuto e tutti, anche giovanissimi, parlavano della ferita più grande del loro popolo, che si chiama Il Grande Male”.
Nessun luogo, nessun collegamento tra il passato ed il presente è stato risparmiato all’obiettivo. Nessun immagine è stata interdetta al ricordo.
Non un volume ma una candela accesa. Un momento di raccoglimento. L’assimilazione culturale del ricordo.

Dal 7 novembre al 2 dicembre 2015, alla QR Photogallery di Bologna, “Ferita Armena” in mostra.

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Emanuele Ricucci, classe ’87. È un giovanotto di quest’epoca disgraziata che scrive di cultura per Il Giornale ed è autore di satira. Già caporedattore de "IlGiornaleOFF", inserto culturale del sabato del quotidiano di Alessandro Sallusti e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Scrive inoltre per Libero e il Candido. Proviene dalle lande delle Scienze Politiche. Nel tentativo maldestro di ragionare sopra le cose, scrive di cultura, di filosofia e di giovani e politica. Autore del “Diario del Ritorno” (2014, prefazione di Marcello Veneziani), “Il coraggio di essere ultraitaliani” (2016, edito da IlGiornale, scritto con A.Rapisarda e N.Bovalino), “La Satira è una cosa seria” (2017, edito da IlGiornale) e Torniamo Uomini (2017, edito da IlGiornale)