Gli italiani che hanno salvato la Libia…

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Leptis MagnaI miliziani del Daesh distruggono il patrimonio artistico con la stessa furia con la quale sgozzano infedeli. L’obiettivo è un mondo senza memoria, congelato tra passato e futuro, privato della libertà, consegnato a fanatismo e terrore. L’Italia è leader nella salvaguardia della cultura attraverso missioni archeologiche, antropologiche, etnologiche. L’Italia preserva, i fondamentalisti abbattono: come accadde in Afghanistan, nella zona di Bamiyan, passata alla storia per la distruzione dei Buddha giganti a opera dei talebani.

Siamo sempre stati in prima linea, fin dal periodo coloniale. Scovate nei mercatini o nella soffitta dei nonni, le guide del Touring club italiano del ‘29 o della Consociazione turistica italiana del ‘40. Vi troverete percorsi e orari di visita, ad esempio, a Leptis Magna in Libia (arco di Settimio Severo, Ninfeo maggiore e naturalmente museo leptitano che noi italiani realizzammo) come pure alle moschee di Fachr ed-Din e Giama a Mogadiscio.
Un’assunzione di responsabilità che arriva fino a noi per preservare il senso di comunità che lega i popoli del Mediterraneo.

Da lì gli interventi avviati in Egitto sul «Convento rosso», in Giordania per il restauro dei mosaici della montagna (Siyagha, Mukhayyat, Uyun Musa), in Tunisia con la progettazione del parco naturalistico/culturale de «La Maalga» e dei Porti Punici – Cartagine. Difficile affermare se sia vero il detto «Italiani, brava gente», ma quante cose buone facciamo e sistematicamente dimentichiamo.

4 Commenti

  1. Ed il tutto,da chi è stato distrutto???Ma da Napolitano,ovviamente!!!Chi ha deposto Berlusconi,amico di Gheddafi e,di conseguenza,contro l’attacco in Libia????Pensate che bello!!!SenzaNapolitano,oggi,quasi sicuramente,non avremmo il Problema Immigrati,ed anche l’Europa tutta!!!!Pensate al danno che Qualcuno ha fatto,sconsideratamente!!!

  2. Non solo salvato ma creato: fino all’intervento italiano non esisteva entità territoriale libica ma distinte regioni dell’impero ottomano, poi “terza sponda” e non colonia…i cittadini libici erano italiani di diritto!

  3. L’Islam nasce, se non ricordo male, nel VII secolo dopo Cristo ed in pochi decenni dilaga in tutto il Nord Africa, in tutto il medio Oriente fino ad occupare nei secoli successivi anche parte dell’Europa del Sud , tutta la Persia fino ad arrivare al bacino dell’Indo, alle porte dell’India. In quei tempi, però, gli islamici ebbero grande, anzi grandissimo rispetto per ciò che vi trovavano. Essendo, precedentemente, il Nord Africa parte integrante dell’impero romano , c’erano reperti archeologici di grande rilievo che furono gelosamente conservati come pure furono conservati e curati i resti dell’antico Egitto. E’ solo negli ultimi decenni, con l’avvento dell’integralismo, che le cose cambiano.
    L’integralismo perde la coscienza dell’importanza delle civiltà precedenti. Diventano iconoclasta e tendono a distruggere tutto ciò che non sia islamico. Il motivo? la perdita della conoscenza profonda, quella che sta alla base di tutte le religioni: tutte le religioni sono uguali, c’è un unico e solo Dio con nomi diversi, se non si rispettano le credenze altrui è difficile che possano essere rispettate le proprie.

    • Come furono conservate le antichita’ romane in Libia eccetera dagli invasori Arabi? Magari sono state distrutte anche dall’incuria (molte citta’ vennero abbandonate), ma ricorderei che gli Arabi in Egitto incendiarono quello che restava della famosa biblioteca di Alessandria (che era gia’ stata danneggiata dai primi cristiani integralisti). Quindi non mi sembra il caso di difendere sempre arabi e islamici, togliendo loro qualsiasi responsabilita’; non conservarono proprio niente; del resto non furono I soli; quasi tutti gli invasori distruggono qualcosa. La valorizzazione delle antichita’ in Libia fu fatta dagli Italiani in epoca coloniale, compreso il restauro integrativo del teatro di Sabratha (che era semidistrutto), secondo criteri “fascisti”, che ora sarebbero considerati sbagliati dagli stessi architetti europei.

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