Giuseppe Conte, un oscar per un grande poeta

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Giuseppe Conte, 5 novembre 1945, Porto Maurizio

Tra i poeti della sua generazione, Giuseppe Conte ha avuto il destino di non invecchiare. Al limine dei settanta, appare ancora nel suo fisico solido, la postura eretta, lo sguardo ben dritto. Spesso sorride e sempre parla piano, abbracciando con la voce l’interlocutore. Lo ricordo così, fin dalla prima volta in cui lo vidi. Ma la sua poesia non è bisbigliata, non cede a toni minori, non è invecchiata se paragonata a tanta lirica ombelicale o sperimentale degli ultimi quarant’anni. Al contrario. Mantiene la forza che lo ha reso il poeta di riferimento per quei giovani che hanno creduto o credono nella potenza della parola. Quando nel 1995, che sembra un’altra epoca, alzò il vessillo del Mitomodernismo, fu una sorta di rivoluzione: riappropriarsi della funzione di verità del mito, non temere la parola Bellezza. D’altronde resta epocale, per molti di noi, la sua raccolta “L’oceano e il ragazzo” del 1983, nella smilza legatura di Bur sgualcita per le tante riletture, che un intellettuale pur lontano per scrittura e tensione, come Italo Calvino, non ebbe timore a definire “decisiva per il rinnovamento della poesia italiana”.

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Giuseppe Conte, 5 novembre 1945, Porto Maurizio

“Libertario” e “utopista” lo definisce Giorgio Ficara nell’introduzione dell’Oscar Mondadori che ne celebra la carriera, assommando il meglio della sua produzione poetica. E non sbaglia. Potremmo aggiungere “profetico” come solo un poeta può avvalendosi della lingua, cioè di quell’apparato immenso che lo precede e lo segue, e che gli permette se ben utilizzato di andare oltre al già detto, oltre a quello che si voleva significare. Coscio di scrivere nel “tempo della povertà”, l’era che ha dimenticato i poeti, Conte non ha però ceduto al nichilismo, semmai “antimoderno e anarchico per eccellenza” – intuisce Ficara – “vorrebbe spazzare via il nostro e sostituirlo con un tempo che non c’è ancora, una specie di età dell’oro rovesciata e nuovissima”; e ciò senza nessuna postura storicista o progressista, e neppure con nostalgia reazionaria, bensì attraverso una mitografia il cui fine non è didascalico, o favolistico, al contrario vivificante, sorgente rinnovata di conoscenza e stupore.

In tutto questo splende il suo stile, perché se i contenuti della poesia restano perpetui (l’amore, le stagioni, il tempo che passa…), la lingua si modifica e si fa strumento acuto per perlustrare nuovi territori; una parola antica, originaria, che non ha paura a farsi preghiera, canto, perfino orazione, sapendo interpretare il sentimento lirico dell’umano e, se necessario, quello epico della comunità, in una perfezione di verso e ritmo che resiste nel metro trattenuto dei maestri d’Oriente, o nel fiume straripante di echi Withmaniani. “Chiedi a un mandorlo a marzo
/ al rosa titubante del pescheto./ 
Chiedi a una nuvola dell’alba./ Chiedi a un torrente che irrompe nel greto./ Chiedilo a tutti i fichi degli orti/ quando i rami contorti e spogli cominciano a formicolare/ di germogli. / Chiedilo a loro”.

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>Giuseppe Conte
Poesie 1983-2015
Oscar Mondadori
22,00 euro pp.386