Il realismo etno-magico di Lucia Sardo

0

film2Quel che almodovariano potrebbe sembrare, in realtà almodovariano non è; è sardiano. In Con te o senza di te, opera prima dell’attrice Lucia Sardo, c’è un piccolo universo affollato da colori squillanti e vivacità energizzante. La neo-regista dice a ilgiornaleoff.it: «Quando morì sua madre, Pedro Almodóvar scrisse per lei una lettera in un cui raccontava il proprio vissuto infantile. Nascosi titolo e didascalie, la feci leggere al mio ex marito e, meravigliandosi, disse che sembrava un mio componimento. Tante, troppe, le corrispondenze fra Pedro e me; lo adoro al punto da considerarlo un fratello. Nel mio lavoro ho scelto di mostrare nient’altro che le sfumature accese della Sicilia, un po’ come avviene nelle opere cinematografiche sudamericane».

Nel cortometraggio – scritto insieme a Elvira Fusto e prodotto da Bruno Tribbioli e Alessandro Bonifazi della Blue Film – Lucia racconta la storia di tre donne intenzionate a risanare il cuore ferito di una loro amica, attraverso l’arma sempre vincente dell’ironia: «La sorellanza è la cura più efficace che le donne riescono a darsi. Nella letteratura non si è mai raccontato, ma è sempre stato così. Ricordo mia madre, fervente cattolica, che scelse di votare per sostenere il divorzio e l’aborto, pensando alle sofferenze delle altre donne. Nel quartiere dove vivevamo, c’erano casi gravissimi di soprusi all’interno delle mura domestiche. Nessuna donna è felice di abortire; è un dolore che ti porti fino alla tomba perché la donna è macchina di vita, non di morte. Se le condizioni spingono qualcuna a ricorrere all’interruzione di gravidanza, però, è giusto che ciò avvenga in maniera sicura».

Nella cartolina catanese girata da Lucia Sardo, si mischiano elementi chiave della cultura popolare, il dolce e l’amaro, il sacro e il profano, le icone sacre e i riti stregoneschi: «Ogni volta che leggo un libro di un autore sudamericano, intravedo la Sicilia. Non amo i film comici italiani perché insegnano che per ridere bisogna sferrare soltanto delle battute. Occorre, invece, introdurre dei momenti di tristezza che sappiano esaltare l’aspetto e l’intento comico. La vita è continuamente condita anche di sacro e profano. I riti sono sempre esistiti, fanno parte della cultura umana. Oggi probabilmente non ne facciamo più uso, ma il rito può funzionare soltanto se decidiamo di non restare blindati nella sofferenza. La miglior magia è la presa di coscienza. E tante volte un rito può servire proprio a prendere coscienza del proprio dolore. La Catania raccontata in Con te o senza di te non ha le tinte forti del malaffare ma il colore accecante della leggerezza che mi ha aiutato ad affrontare un tema molto duro e delicato – che è quello della dipendenza d’amore – senza sconfinare nel dramma del femminicidio».

Lucia Sardo prende anche le distanze dall’ormai banale e arcidiffusa tendenza italiana della mafia sul grande schermo: «Non dico che bisogna far finta che non esista, ma la mafia va trattata nei luoghi giusti. Si può raccontare una storia in cui si aprono parentesi di mafia, senza alcun tetro intento ma lanciando messaggi di speranza. La mafia è stata creata dagli uomini. La mafia può essere distrutta dagli uomini. È come una malattia, se il nostro corpo l’ha generata potrà sicuramente creare degli anticorpi per debellarla. Occorre, sempre e comunque, ricorrere al pensiero positivo. Il mio film piace anche perché, con leggerezza e ironia, veicola messaggi importanti. Si percepisce più con la risata che con l’animo triste e contratto». Tornerà nuovamente dietro la macchina da presa? «È stato un bell’esercizio, ho imparato moltissimo. Mi piacerebbe ritornarci, ma cambiando stile. Con te o senza di te andava fatto così per raccontare le donne siciliane contemporanee ché non hanno i baffi e la riga in mezzo ai capelli. Questo stereotipo, duro a morire, si rifà ai film non certo alla vita reale. Gli anni Trenta sono terminati da un pezzo, bisogna andare avanti e raccontare nuove storie».

Nel cast artistico figurano Vitalba Andrea, Miriam Palma, Elvira Fusto, Niki Nicchitta ed Egle Doria nel ruolo della protagonista dal cuore ferito: «Quando ho ricevuto la telefonata di Lucia, nella quale mi ha spiegato il personaggio che voleva affidarmi, sono rimasta piacevolmente di stucco. In quello che mi raccontava c’erano una serie di eventi presenti nella vita di ognuno. La verità spiazzante sul modo di amare in eterno, che spesso procura del male, non poteva non essere raccontata con quel carico di ironia e con quel fondamentale sodalizio tipico dell’amicizia. A volte basta proprio un gruppetto di amiche per risolvere tante di quelle problematiche legate ai sentimenti di una donna. Le amiche, in momenti di difficoltà, sono più efficaci di una squadra di psicologi. Per entrare nel ruolo di Silvana ho dovuto scavare dentro di me e trovare le emozioni personali da offrire al personaggio. Coadiuvata sul set dall’armonia delle altre colleghe, ho vissuto il periodo delle riprese in maniera diversa. Dentro di me, infatti, c’era un’altra piccola donna che cresceva e che vedrà la luce a dicembre. Questo film avrà nella mia vita un significato ancora più importante perché tutte le volte in cui lo riguarderò penserò a mia figlia».