“La grande guerra” è meglio in dialetto

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grande guerraSe la lingua – come diceva il poeta Brodskij – è un apparato che ci precede e che ci sovrasta, che ci determina e che ci sopravvive, il dialetto è – a sua volta – un meccanismo superiore di produzione linguistica, una sorta di motore che genera parole in modo quasi primitivo. D’altronde anche la lingua greca antica, perfetta e resiliente, era la somma di alcuni dialetti e stili. Così che l’idioletto porta con sé qualcosa di originario, più che di originale, essendo una forma popolare di pensiero, sublimata dalle innumerevoli sagaci sfumature che essa contiene, irripetibili nella lingua dotta e razionale (per quanto possibile) delle accademie. Per questo motivo il teatro che ha a che fare con la parola, trova nel vernacolo una strada che l’italiano non sempre consente.

GrandeGuerraNe era convinto Pasolini. Al che – parlando da autore della “Grande Guerra di Mario” (al Quirino di Roma dall’11 al 16 ottobre, con Edoardo Sylos Labini e Fiorella Rubino) – il contesto delle trincee della prima guerra mondiale è un crogiolo perfetto, in cui le parlate regionali, talvolta comunali, si intrecciano e si scontrano con esiti anche esilaranti. E il cui prodotto finale non è un’uniformità linguistica (che verrà, purtroppo, 50 anni dopo con la televisione) semmai un esperanto geniale, con effetti moltiplicatori di senso. Quando Ambrogio, il milanesotto, dice che l’amore gli provoca il “futùn”, mimando una sorta di compressione al diaframma, non crediamo ci sia espressione “in italiano” che possa ridare questa sensazione di blocco amoroso che il termine dialettale lombardo (di etimo incerto, forse di origine celtica) restituisce in modo tanto secco e conciso, immediato nella sua icastica foneticità di parola tronca.