Certe cose, in poesia, succedono solo in romagnolo

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«Certe cose succedono solo in dialetto». Così, secco, segando ogni fama di fan e schivando le ghirlande poetiche Raffaello Baldini, «uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia» (questo è Pier Vincenzo Mengaldo, nel 1995), tacitava pavidi e curiosi.
Baldini, in realtà, giornalista principesco, una vita passata a Milano, come redattore di “Panorama”, che ci manca da dieci anni (Einaudi non ha ancora mandato in libreria l’opera omnia, un crimine editoriale contro l’intelligenza), aveva cominciato con l’italiano, come tutti. Autotem, pubblicato da Bompiani nel 1967 con la benedizione in ‘quarta’ di Umberto Eco, è una aristocratica satira contro l’automobile, dovrebbe averla nel taschino Sua Eminenza Marchionne. Baldini, però, nel 1976, presso un anonimo editore di Imola, se ne esce con E’ solitèri.

A cinquant’anni Baldini sceglie il dialetto romagnolo contro l’italiano. Perché? Perché l’italiano è sputtanato. Perché la poesia è clandestina, feroce e proteiforme. Perché ci sono cose che si possono dire solo in dialetto, e non con l’idioma del Belpaese, fittizio e strafatto, consuetudine «solo istituzionale e letteraria». Questo, però, è Pier Paolo Pasolini, che nel 1952, nella Poesia dialettale del Novecento, esalta la «Romagna diseredata, di povera gente dalle passioni represse e mortificate, in cui la poesia trova le ragioni più urgenti» raccontata da un altro poeta dialettale, Tonino Guerra, compagno di strada di Baldini.

Insieme, nei violenti Quaranta, tramutarono il loro paesello, Santarcangelo di Romagna, in un luogo di avanguardia estrema, una carboneria artistica, una specie di Parigi padana. Di quel gruppo di giovani rampanti, raccolti nel leggendario “E’ circal de’ giudéizi”, facevano parte Flavio Nicolini, morto nella bambagia dell’indifferenza nazionale una manciata di giorni fa, il 16 ottobre, assistente di Antonioni all’epoca dell’asfissiante Deserto rosso e geniale sceneggiatore per la Rai, Rina Macrelli, Nino Pedretti e Gianni Fucci. Quest’ultimo, classe 1928, nome che evoca epiche dantesche (il Vanni Fucci di Inferno XXIV), è il custode del dialetto romagnolo. Dopo aver disseminato la sua opera in diversi tomi, tra cui Témp e tempèsti (Archinto, 2003) e l’ariostesco Rumànz (Il Vicolo, 2011), ci spiega la natura del poeta in Sigilli del tempo (Raffaelli, 2015, pp.90, euro 12): costui è «esploratore o avventuriero/ del linguaggio e anche ladro», che sbalordisce le parole, «rapinandole/ del senso misterioso della vita». Ve lo dice in italiano, Fucci, perché sennò non capite.