Antonio Infantino, dancefloor & profondo Sud

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Nel documentario in uscita a lui dedicato e prodotto dalla Ballardian Video, Antonio Infantino (architetto, musicista, poeta, insomma uno che dall’uno va ai molti) dice di sé: “o dissociato o benedetto da Dio”.
Scegliamo benedetto da Dio, cioè persona sacra. Nel dizionario etimologico, sacra rimanda a sagra, che in veneziano del ‘300 era consacrazione monacale; in Boccaccio, festa popolare; in tempi di ravvedimento operoso della mondialisation, archeologia del folk.

E Infantino – su Wikipedia è scritto che “non si sa mai da dove viene”, ma ha natali di Tricarico (Matera) – di archeologico e popolare contiene un sincretismo bizzarro. È uno sacro, tribale ed ecologo, perché col dialetto musicato fa parlare la terra, che è la sfida del domani (nostro e di tutti i domani passati e futuri, essendo la terra l’unica certezza che ci spetta).



Il suo sembrerebbe uno dei tanti richiami all’origine, alla riscoperta della tradizione popolare, ma basta sentirlo e vederlo suonare per capire che non ha niente a che fare con i musicisti da notte della taranta – sebbene la taranta la suoni, e usi il cupa cupa – e che ballare a un suo concerto non è cosa da documentario di De Martino, non replicabile se non si è nati sotto Eboli, bensì da dancefloor, da locale notturno di Kepler425b.

Bonito Oliva, che teorizzò la transavanguardia per liberarci dall’arte concettuale e farci tornare a gioire di mani e immediatezza, su uno dei palchi con cui Infantino ha attraversato Italia e mondo, ha ballato, come Isadora Duncan ballò le danze dei vasi greci, sembrando una sciamana.
L’arte ci fa vivere il trascendente senza sottometterci al soprannaturale, pensava Hitchens: se il nostro soprannaturale è il futuro, Infantino ci serve per dominarlo. Un futuro, però, che parte da un qui e da un ora. O forse da un sempre.