Fab (e i fiori) e il pop ormonalmente avvertito

0

fab-e-i-fiori

Cantano l’imperturbabile vitalità ormonale maschile e non sono esattamente signorini che Cristina Comencini vorrebbe in famiglia, per questo è stupendo che esistano e rispondano a tono, sciolti e rochi e acuti, alle donne che lamentano il tramonto del maschio – fregandosene dello Zeitgeist che assimila tutto ciò che è sexy a tutto ciò che è sessismo -, accusandole di essere deludenti e pavide (il solo errore è che credono sia colpa degli smartphone). Fab (e i fiori), promettente ensemble di romagnoli, suonano un pop che contagia tanta felicità da farsi perdonare qualche dondolamento (comunque sempre solo accennato) sull’Amaca di Michele Serra (leggiamo la realtà, lamentiamocene un po’).

Da regine di cuori che danno gioie e dolori a regine del telefono: le muse del pop maschio dei maschi cambiano ambito di giurisdizione ma non destinazione d’uso: tirarsela. La donna meravigliosa e pericolosa che, fondendo e confondendo, faceva impazzire Piero Pelù nel 1997, oggi “fa morire di parole” (e selfie), ma poi dice di no, quando lui vuole amarla “sopra un cofano”.
Così canta Fabrizio Barbabè, capitano di Fab (e i fiori), – i fiori sono Libero Foschi, Filippo Gaddono, Antonio Cortesi, tutti faentini, in giro dal 2013 e prontissimi per il grande pubblico. Sanguigni nel modo settentrionale della Romagna, invitano a cercar rane, godersi la luce, sconfiggere i pranzi tristi e poi si sciolgono in ballate perfette e provinciali (nel senso bello, da Amarcord di Fellini) che non suonano patetiche neanche per sbaglio. Tutto il loro gioiellino d’esordio, “Non ti scordar di me” (2015) è un colorato, fantasioso, pensoso poemetto agreste di grande maturità musicale, che vi farà venire voglia di dare un sacco di amore, facendolo.