Solenghi: Un po’ d’anima al diavolo la devi vendere…

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Tullio Solenghi

D: un episodio Off della tua carriera?

R: Il mio provino al Teatro Stabile di Genova. Io venivo dai “bricchi” che in genovese vuol dire dalla montagna, mi sentivo montanaro, avevo la sindrome del provincialismo. Avevo cercato di documentarmi per fare il provino. Non avendo molta pratica con le letture teatrali non me la sentivo di portare una cosa sulla quale non ero sicuro. Mi presentai con i primi versi di “A Silvia” di Leopardi recitati in tutti i dialetti italiani!

D: E la commissione come reagì?

R: Arrivò questo Ufo capisci? Chi presentava Amleto, chi faceva Ibsen, Beckett, invece vedono arrivare questo pazzo che si mette a fare i dialetti. C’era Squarzina. Silenzio, stupore, tutti cominciarono a ridere a crepapelle. Pensavo da provinciale:” ridono di me o per me?” Quando arrivò la lettera di convocazione capii che ridevano per quello che facevo. Un provino Hellzapoppin!

D: È stata in quell’occasione che hai conosciuto Massimo Lopez?

R: Ho conosciuto Massimo tanti anni dopo. Io ho debuttato, ho fatto sette anni di militanza allo Stabile di Genova. Mi davano sempre due battute, pure avendo avuto un esordio clamoroso: debuttai facendo il figlio in “Madre Coraggio” con Lina Volonghi. Quando mi sono ritrovato a battute due, mi sono rotto le le balle: ” Faccio il Cabaret! Mi scrivo i testi” L’attore che mi sostituì per una battuta in un Pirandello fu Massimo Lopez.

D: Non si pensava ancora a un sodalizio..

R: No, non si pensava a un sodalizio. Poi quando debuttai nel Cabaret mi inventai un numero solo con i rumori. Venni a sapere che anche Massimo si dilettava con i rumori e allora ci incontrammo in un bar di Corso Sempione a Milano e gli dissi:” sarebbe bello montare uno spettacolo assieme fatto di soli rumori”. Poi di nuovo persi, ognuno per conto suo, fino al grande debutto nel 1982 con il Trio.

D: E Anna dove l’avevi conosciuta?

R: a Torino. Stavo facendo una “marchetta”. E quando fai le cose in cui riponi meno attenzioni poi scattano certe cose interessanti e basilari. Facevamo una trasmissione per la Svizzera italiana registrata a Torino e rimasi impressionato.

D: Cosa ti colpì della Marchesini?

R: Il talento e soprattutto la sua grande capacità di giocare in territori che per una donna, un’attrice, sono ostili. Le attrici sono restìe a praticare la buffoneria, la clowneria, il diventare brutte, orrende in un secondo. Lei ha avuto anche un carattere molto tosto. Metteva in riga i maschi!

D: Chi era il regista di voi tre? A chi era affidata l’ultima parola?

R: Di sicuro io e Anna. Noi due avevamo un ruolo più istituzionale. Ognuno di noi è autore al 33,3 percento periodico di Siae assolutamente legittimo. Massimo è sempre stato un Pierrot che dovevamo afferrrare, con intuizioni diaboliche. Io e Anna eravamo più organigramma.

D: c’era un organizzatore, un amministratore?

R: c’era un organizzatore che proposi io, Tito Antoccia che aveva lavorato al Teatro Argentina di Roma con Squarzina, al quale abbiamo affidato le chiavi del regno. Lui poi, ha spadroneggiato per una decina d’anni con alle spalle il Trio. Era molto professionale intendiamoci, alcune scelte le ha indicate anche lui, ma era avallato da noi tre.

D: Eravate mitici. Io ero ragazzino e a scuola si riportavano le vostre gag. Nei teatri poi c’era la ressa!

R: Sì. C’è la foto storica della coda davanti al Teatro Nuovo di Milano. Non si è mai vista una coda così. Mi ricordo che un giorno venne in camerino la maschera del Teatro Nuovo e disse (in accento milanese):” Oggi siete arrivati alla tabaccheria. Avete battuto anche il Dorelli!” La coda faceva il giro dell’angolo della strada e Dorelli non c’era arrivato. Noi esauriti ovunque, a qualsiasi latitudine, da Palermo a Genova, la mia città. Ognuno di noi è un bravo attore, insieme siamo stati fenomeno.

D: hai citato Genova. Facciamo un passo indietro: hai fatto uno spettacolo con Beppe Grillo!

R: A Milano feci un provino al Derby, che era come La Scala del Cabaret e il mitico Bongiovanni che mi ascoltò alla fine della giornata. Lui faceva radunare i camerieri e ti faceva esibire davanti a loro. Se i camerieri ridevano eri accettato. Mi propose di entrare in stagione da gennaio. Io ero impaziente, eravamo a ottobre e allora andai in un altro locale, il Refettorio che adesso non c’è più; lì c’era Maurizio Micheli che faceva i suoi spettacoli e Scarfò, l’impresario, mi affiancò a un altro genovese: Beppe Grillo. Io facevo il primo tempo e lui il secondo. Nacquero le famose battute di Grillo. In platea c’erano tre spettatori. E lui diceva:” l’importante è che ridano in due, perché se ridono in due ha riso il 70% del pubblico!”

D: Come vedi oggi la sua predicazione sfociata in politica?

R: I politici hanno commesso molte porcate. Hanno lasciato un’Italia corrotta. Lui a volte ha la battuta un po’ troppo velenosa , la provocazione, ma ha dato un’alternativa.

D: Vi sentite?

R: È venuto ad abitare al mio paese, Sant’Ilario, sopra Nervi. Lì c’è mio fratello e quando ho fatto una passeggiata con le mie figlie l’ho incontrato e abbiamo ricordato i vecchi tempi, i trascorsi.

D: Raccontaci un episodio che avete rievocato

R: C’era una coppia di cabarettisti che erano due amici per la pelle, inseparabili. Uno voleva fare il Cabaret, l’altro faceva l’elettricista. Erano davvero inseparabili. Facevano il numero insieme. Uno diceva le battute, faceva il monologo e l’altro in tempo reale montava un lampadario. Sembrava un numero di Beckett! E ricordava Grillo (facendone l’imitazione): “quello andava via e lasciava il lampadario, capisci? Questo qui del locale si ritrovava un lampadario montato! Roba da matti!”(ride)
Erano folli, completamente.

D: Allora il Cabaret era sperimentale

R: Dal primo Cabaret c’erano Cochi e Renato, Villaggio, Jannacci. Era un cabaret esplosivo. Quella era l’epoca di Claudio Villa, con dei personaggi così era come mettere una bomba in ambasciata.

D: De André lo hai conosciuto?

R: Come no. De André veniva spesso a vedere noi e ci portava la chitarra. L’ho rivisto tanti anni dopo. Lui era orgoglioso che io da genovese avessi montato questo terzetto di comici chiamato il Trio.

D: Come eravate visti voi del Trio dall’ambiente ufficiale del Teatro di prosa?

R: Gli addetti ai lavori ci adoravano. Ricordo una nostra prima: all’uscita Carlo Dapporto, Ugo Tognazzi, Celentano ci diceva: ” quando soffro d’insonnia metto su il Trio!” Fiorello ha dichiarato che i suoi maestri sono Totò e il Trio.

D: e la critica?

R: Arriccia sempre il naso. Abbiamo avuto delle critiche ingenerose.

D: ti ricordi una pesante stroncatura?

R: su La Notte. Un quotidiano milanese che usciva di pomeriggio. Dopo i Promessi sposi ci fu la mania delle parodie. A Canale 5 ne fecero una sui Tre Moschettieri e quel critico scrisse che finalmente quella era una parodia e non quella cosa becera del Trio Solenghi-Marchesini-Lopez. Questa cosa fece soffrire; poi di quell’altro sceneggiato se n’è persa traccia.

D: mi ricordo di un tuo Khomeini in televisione. Hai veramente vissuto un momento da guerra fredda?

R: Abbiamo vuto una settimana calda. Erano arrivate delle velate minacce. Io ebbi personalmente un momento di terrore. Vivevamo a Roma, io mia moglie e le due bimbe. Il primo anno in un residence in via Stresa e c’erano anche degli stranieri.
Una sera rientro dalle prove, salgo in ascensore e sale un altro assieme a me. Caratteristiche somatiche: un arabo. Mi guarda, mi fissa e: “Tu Khomeini??” Dico dentro di me:” Porca troia!!” Non potevo negare: Sì. Pausa. Mi abbracciò: “Complimenti!” Era iracheno. La presa per il culo gli andava benissimo.

D: Oggi sarebbe possibile un’imitazione del genere?

R: la situazione si è talmente evoluta in maniera terrificante che passerebbe inosservata. Ci sono stermini di massa, si è andati oltre. Una parodia sarebbe irrilevante.

D: Nell’integralismo non c’è ironia

R: Secondo me la frase di Marx andrebbe rivista e aggiornata: la religione non è l’oppio dei popoli, oggi è Lsd dei popoli! L’oppio ti porta nel mondo onirico, oggi sono una droga cattiva, un pretesto per uccidere.

D: Poi c’è stata un’altra parodia scandalo in prima serata: San Remo che recita: ” In Christian, per Christian, con Christian…”

R: quella volta ho avuto problemi con mia madre, da fervente cattolica si era disturbata. San Remo è stato un incidente. Se fai il comico devi cercare messaggi trasversali, hai delle responsabilità, andare a rimestatre nel sacro è inutile.

D: Tullio, hai da poco festeggiato quarant’anni di matrimonio! Come si fa col mestiere, il successo, a rimanere uniti?

R: Basta non andare sui giornali. È meraviglioso artigianato che deve rimanere lontano dalla vita privata. Prima c’è il Tullio Solenghi casa, famiglia, che diventerà nonno a ottobre, poi c’è il mestiere. Altrimenti diventi schiavo del successo prima e dell’insuccesso poi.

D: Ci sono riusciti anche Anna e Massimo secondo te?

R: Sì. La nostra fortuna è stata quella di arrivare al successo già quarantenni, con tanto teatro alle spalle, doppiaggio, avendo già capito com’era l’ambiente.

D: Risolviamo il mistero: come si è sciolto il Trio?

R: quando si è amici basta dirselo. Abbiamo inventato le nostre cose dicendo: quando la vena creativa, quando il divertimento diventerà lavoro e non sarà più libero cazzeggio, allora forse conviene lasciar perdere. La gente oggi è ancora in crisi di astinenza.

D: Siete inimitabili. Appena ci provano si rimpiange l’originale. Quali erano le singole aspirazioni di Tullio, Anna e Massimo?

R: di sicuro c’erano delle tendenze, delle tentazioni che venivano sempre mediate dal Trio. Anna è sempre stata la più “ronconiana”, Massimo voleva fare scelte più facili, amava fare il presentatore alla Mike, io Tullio, mediavo tra i due. Alla fine facevano quello che dicevo io senza dirlo.

D: La televisione ti andava stretta?

R: se parti dal fatto che sei un attore di teatro, la televisione ti andrà sempre stretta. Altrimenti ti fai il tuo spazio Off, Cult, all’una di notte, ti vedono in dodici compresi i tuoi genitori che ti vogliono bene ma è un altro discorso. Noi abbiamo fatto quattordici milioni di ascolti! Un po’ di anima al diavolo la devi vendere.

D: Berlusconi con voi non ci è riuscito?

R: ci ha provato due volte. Ci ha ricevuto a casa sua in via dell’anima a Roma. È simpatico non è mica il diavolo. Allora c’era una grande differenza tra Canale 5 e la Rai. Ci propose il triplo del nostro cachet e la direzione artistica della rete. Poi ci chiese di dare una mano a Mike in un programmma del mattino. Non ce la siamo sentita.

D: Pippo Baudo dirà: ” Li ho scoperti io!”

R: È vero. Mi ha scoperto lui. Mi ha portato in televisione. Gli ascolti che abbiamo fatto con Fantastico di Baudo! Il Trio però era già nato.

D: Quanto materiale avete scartato?

R: Tantissimo! Dal cazzeggio corale si buttava giù su carta, si verificava. Se questo materiale non raggiungeva l’unanimità di tutti e tre, veniva scartato. Sarà arrivato in televisione un 20% di tutto il materiale che abbiamo scritto.

D: Come autore, non avete fatto entrare nessun altro?

R: Mai. Nessuno.