Politici poetanti,da Vendola a Ingrao fino a Bondi…paura!

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Ideologia poetica. Avercene di personaggi come Saint-John Perse, che prima scrive il poemetto più folgorante del Novecento, Anabasi, invidiato da Thomas S. Eliot, tradotto da Giuseppe Ungaretti, celebrato da Rainer Maria Rilke, poi, nello stesso anno, il 1924, diventa il braccio destro di Aristide Briand, e rifiuta di pubblicare un verso (nel 1938, per la cronaca, alla fatidica Conferenza di Monaco, piglia a male parole il gran kapò baffuto, Hitler).

Figurarsi, in Italia la poesia è l’ancella idiota della politica, il luogo in cui i parlamentari si sciacquano i panni sporchi, nel lavatoio lirico. Prima di Nichi Vendola (terribile il Lamento in morte di Carlo Giuliani, dove “l’ora del manganello/ rintocca nei tuoi panni”), prima di Sandro Bondi (micidiali i versi A Walter Veltroni, “Tenero padre/ madre dei miei sogni/ Anima ulcerata./ Figlio mio ritrovato”), è stato Piero Ingrao a fare scuola, più che cattivo maestro cattivo letterato e basta e avanza. Esercizio poetico senile, quello di Ingrao, con l’esordio nel 1986 (Il dubbio dei vincitori), per Mondadori, editore avvezzo a pubblicare i politici di sinistra di una certa età (vedi i libri di Sergio Zavoli): nonostante la papale bruttezza dei versi (esempio: “Tuo cuore, macchina,/ dove conduce/ stilla dopo stilla/ stiamo scoprendo. Né ci basta/ immaginazione/ d’universo”) di fronte al politico di lusso nessuno rifiuta l’aurea marchetta. Il primo fu Cesare Viviani, poeta laureato, che avvicinò il dettato fesso di Ingrao nientemeno che alla “grammatica di Ungaretti”, alla “sintassi di Montale”, chiaramente citando Leopardi.

Nel 2000 è Enrico Testa, critico letterario tra i più celebrati del Paese, a celebrare Ingrao nella quarta di Variazioni serali: il libro del politico è senza dubbio “importante”, d’altronde “ogni poesia obbedisce, nel suo battito interiore, a pochi ritmi essenziali”, cosa voglia dire lo sa solo lui, sembra un esercizio di equilibrismo per evitare lo sputtanamento critico planetario. Ovviamente, post mortem, anche il manifesto santifica il politico poetante grazie al critico di partito, Massimo Raffaeli, tirato fuori dal pensatoio di Stalingrado, che cita, ancora, il “grande esempio di Leopardi”, in un esercizio giornalistico piuttosto tiepido e forse imbarazzato. Siamo certi, però, che in questa Italia di lacchè e di poeti venduti (dacché non vendono un libro) vedremo presto Ingrao incorporato in qualche antologia scolastica. Per diventare poeti, nel Belpaese di Dante e di Leopardi, bisogna essere parlamentari dalla parte giusta. Sinistra.