Vittoria Puccini sul tetto che scotta

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La gatta sul tetto che scotta, foto di scena
La gatta sul tetto che scotta, foto di scena

Sempre dolce e, allo stesso tempo, determinata e aperta al confronto. Si presenta così Vittoria Puccini, incontrata in occasione della conferenza stampa di presentazione della stagione 2015-2016 al Teatro Manzoni di Milano. Grazie a una lunga gavetta tra lavori per cinema e tv in cui si è distinta per la sua intensità (basti pensare a C’era una volta la città dei matti di Marco Turco) e professionalità, si è messa in gioco ed è riuscita a farsi amare da migliaia di spettatori anche per quella semplicità e profondità che traspare dal suo viso.

L’attrice arriverà finalmente a calcare le tavole di uno dei teatri storici del capoluogo meneghino (dall’11 al 28 febbraio 2016), oltre a toccare altre città in giro per il nostro stivale, e lo farà con un testo del 1955 di un autore come Tennessee Williams, La gatta sul tetto che scotta, affiancata da Vinicio Marchioni e diretta da Arturo Cirillo. Quest’ultimo ha parole di elogio verso la prima esperienza teatrale della Puccini, descrivendo così il suo approccio: «si è posta con l’intelligenza, la forza, la resistenza di imparare giorno per giorno facendo questo spettacolo, sì perché il teatro si fa quotidianamente e, anzi, andrebbe rifatto sempre come se fosse la prima volta. Questo atteggiamento da parte sua mi ha molto commosso». La pièce subisce un po’ la spada di Damocle del famoso lungometraggio del 1958 con Elizabeth Taylor e Paul Newman, ma quando lo vedrete vi consigliamo di sgomberare la mente e pensare a vivere solo questa messa in scena, nell’hic et nunc del momento.

Temete il confronto con la trasposizione filmica?

Al confronto non bisogna pensarci (lo dice sorridendo, ma con grande rispetto e umiltà), anche perché il testo teatrale è molto diverso dalla sceneggiatura cinematografica. Arturo, oltre a un gusto retrò nella scena, ha voluto cercare una contemporaneità parlando della crisi di coppia, di un marito e una moglie che vivono un rapporto formale e lei non accetta più questa condizione. In questo Maggie è anticonformista, cerca di riscoprire l’amore e ricostruire un rapporto non in base alle convenzioni sociali.

Il regista, Arturo Cirillo, ha sottolineato come questo testo di Tennessee Williams richieda attorialmente una messa in gioco dei propri sentimenti. Ci può raccontare, per ciò che si sente di dirci, che cosa Le ha comportato sul piano emotivo. Cos’ha scoperto?

Ho scoperto moltissime cose perché è stata un’esperienza molto intensa, visto anche il testo così complesso pure sul piano tecnico. Maggie apre la pièce con un monologo molto lungo perciò difficile e che tutte le sere mi obbligava a non risparmiarmi mai, è un tipo di personaggio su cui non puoi far prevalere la stanchezza che provi magari quella sera o se sei influenzata, devi sempre spingere al massimo. Ci entri dentro con tutte le scarpe e, appunto, comporta sempre un’emotività piuttosto alta, stiamo parlando di una donna molto passionale, che vive tutte le emozioni con un’intensità e un’autenticità forti, che io ho cercato di riportare emozionandomi e facendomi completamente coinvolgere sul palco da lei.

Com’è stato quest’incontro con un regista e attore che ha respirato per tanto tempo la polvere del palcoscenico e conosce bene il mondo teatrale?

È stato meraviglioso lavorare con lui, è un artista con un talento speciale ed è stato subito accogliente nei miei confronti, il che non era scontato venendo io da un tipo di formazione diversa, più cinematografica e televisiva. Si è posto senza nessun tipo di pregiudizio, completamente aperto, con la voglia di cercare il buono che poteva trovare dentro di me e, anzi, teso a utilizzare questa mia freschezza e l’esperienza portata dal background differente per metterle a servizio di questa messa in scena.

Riallacciandoci proprio al pregiudizio, capita che un critico di teatro puro si approcci un po’ con diffidenza verso chi “improvvisamente” passa dal cinema a un ruolo da protagonista in teatro. Lei cosa pensa di questa posizione? Come la vive?

Io sapevo che sarebbe stata una sfida impegnativa, importante e che sarebbero potuti arrivare dei consensi così come delle critiche o impressioni negative per cui ho cercato di concentrarmi su di me, sull’importanza che aveva per me quest’esperienza. Io l’ho voluta fortemente fare, sono felice che sia accaduto e sono contenta di riprendere la tournée e riviverla quest’anno. Poi, mi sono focalizzata soprattutto sul rapporto col pubblico perché, alla fine, è quello l’aspetto più importante. Tentare di conquistarlo, sentirlo anche perché l’andamento dello spettacolo prende sempre direzioni diverse a seconda di ciò che avverti mentre sei in scena. Il rapporto col pubblico è circolare per cui ciò che rimandi a lui, poi ti torna indietro e questo aspetto mi è piaciuto moltissimo. È impagabile la soddisfazione che si prova nel ricevere gli applausi o persone che ti aspettano dopo la replica apposta per incontrarti e farti i complimenti.

Come mai, secondo Lei, si ragiona ancora un po’ a compartimenti stagni?

Io credo che prima c’era più questa forma mentis, tanto più tra cinema e televisione, e che sia un atteggiamento molto italiano perché in America o in Inghilterra non esiste come differenziazione. Oggi si sta sdoganando, gli attori riescono più a dividersi tra piccolo e grande schermo, l’attore è attore punto. Il nostro approccio al personaggio non cambia, può mutare tecnicamente perché ovviamente sono strumenti diversi, ma il modo di entrare in un personaggio e farlo proprio è identico indipendentemente dal mezzo tramite cui ci si esprime.

Sembra che il teatro stia riguadagnando terreno. Se lo si mette a confronto con la visione di un film, forse è diventato più “forte” rispetto anche all’effetto che ha sugli spettatori proprio per la sua peculiarità di essere un evento unico e irripetibile. Lei che lo ha provato da poco in prima persona che sensazione ha avuto?

La bellezza del teatro sta proprio nel fare ogni sera una rappresentazione diversa. Per quel che mi riguarda, durante la scorsa tournée ho visto solo teatri pieni di persone e anche di varie età, è stato un segnale che mi ha colpita in virtù anche del fatto di essere alla mia prima volta. C’è molta curiosità, attenzione e voglia di andare a teatro. È meraviglioso rendersi conto di come il teatro riesca ad arrivare a tutti, a unire anche persone di estrazione sociale diversa, caratteri differenti.

Lei ha definito Maggie un’anticonformista e questo mi fa pensare a quello che ha affermato rispetto a Oriana Fallaci in un’intervista: «L’hanno definita in mille modi. La mia impressione è che affrontando il rischio di risultare antipatica o scorretta, Fallaci si sia fatta guidare soprattutto dall’istinto. Di essere impopolare o al passo con le mode non le importava nulla. Sentiva. Agiva. La parola chiave per lei è sempre stata indipendenza». Tornando a Lei, Vittoria, segue un po’ questa logica di indipendenza?

Sono dei personaggi molto diversi, io cerco di mantenere una mia autenticità, senza costruzioni.  Fingo quando recito, quando interpreto un ruolo, però, nei rapporti con gli altri, anche in circostanze come una conferenza stampa o un’intervista, non costruisco un personaggio, ma porto esclusivamente me stessa. Le riflessioni, i sentimenti arrivano di più quando nascono da una necessità autentica e questo è l’elemento fondamentale, è la passione che ti spinge in questo lavoro.

Nel testo de “La gatta sul tetto che scotta”, tra le varie tematiche, si tratta l’omosessualità nell’ambito famigliare su cui lo stesso Cirillo ha affermato che siamo ancora effettivamente indietro. Lei cosa ne pensa tenendo conto anche della questione delle adozioni da parte delle coppie omosessuali?

Nell’ambito del rispetto degli altri che è basilare, sarà semplice e banale come frase ma attuo il modus vivendi per cui il mio spazio finisce dove inizia quello dell’altro, avendo premura di non fare mai cose che possano turbare. Detto questo, penso sia giusto che le persone siano libere di vivere in base a ciò che sentono, non ho preconcetti, per me l’importante è che ci sia amore. Anche per quanto riguarda le adozioni, se si pensa anche alle donne single, ci sono tanti bambini che hanno bisogno di una famiglia e se gli viene fornito amore credo che questa sia la cosa essenziale, insieme alle attenzioni e al senso di responsabilità quando si fa la scelta dell’adozione.

Qualche giorno fa sulla cover di Vanity Fair c’era Jane Fonda, la quale pur avendo settantasette anni ne dimostra trenta o al massimo quaranta. Come vive lo scorrere del tempo?

Per ora la vivo bene, però richiedimelo tra vent’anni! Senz’altro posso dire che non mi spaventa, non è una mia ossessione nel senso che ho un buon rapporto con me, però è anche vero che sto crescendo bene, quando inizierò a vedere i primi segni, forse, lì potrò risponderti con più cognizione di causa.

In stagione al Manzoni ci sarà uno spettacolo, Calendar Girls, in cui donne di mezza età decidono di posare nude per un calendario per raccogliere fondi per la battaglia contro la leucemia e la pièce è ispirata a una storia vera. Facendo un passo indietro, Angelina Jolie ha fatto molto parlare di sé per il suo gesto di prevenzione per paura del cancro, Lei cosa ne pensa?

Sono scelte troppo personali e nessuno di noi può avere il diritto di giudicare una decisione di questo tipo – a parte che non sono noti tutti i dettagli. Ognuno è giustamente libero di fare una scelta in base, tra l’altro, a dei test scientifici, però ogni caso è a sé e non si può generalizzare. Si tratta di aspetti talmente delicati che riguardano se stessi, il proprio corpo e anche il senso di responsabilità nei confronti dei figli e della famiglia. L’unica cosa che mi sento di dire è che trovo molto bello che lei abbia voluto condividere una cosa così intima con tutti perché purtroppo l’informazione su questi temi è molto importante e spesso ce n’è troppo poca rispetto a quella che servirebbe. Credo sia stata molto generosa e altruista nell’utilizzare questo suo grande potere mediatico per raccontare la sua esperienza e informare le persone.

Le è venuto spontaneo domandarsi cosa farebbe lei?

Credo che ci si debba trovare in quella situazione, a priori e in teoria non si può prendere una decisione del genere. Ribadisco tutta la mia stima per ciò che la Jolie ha fatto.

1 commento

  1. Non mi è piaciuta l’interpretazione di Vittoria Puccini nel personaggio di Maggie.
    Il suo personaggio è risultato scialbo e ben lontano da quello del dramma.

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