Paolo Conti: con i dirigenti di oggi il calcio non non cambierà mai

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Paolo_Conti_Roma_1978-79Ci racconta un episodio Off di inizio carriera?

Era da me lontana l’ambizione di diventare un professionista dello sport. Consideravo il gioco del calcio un puro divertimento tra amici. Ho iniziato a Riccione, nella prima squadra locale, sostituendo il portiere impegnato nell’addestramento del servizio militare. Da quel momento ho intrapreso una carriera che, le ripeto, non era tra i miei desideri.

Ha giocato in Serie A, tra gli anni Settanta/Ottanta. Qual è il ricordo più avvincente?

Più che di un ricordo, farei riferimento a una sensazione: a quella piacevole consapevolezza di sentirsi importante per una città e per dei tifosi; ci impegnavamo tanto per ricambiare le loro viscerali aspettative con delle ottime prestazioni in campo.

Durante i Campionati Mondiali del 1978 in Argentina, è stato il vice di Dino Zoff. Oltre alle emozioni provenienti dal terreno di gioco, che atmosfera si percepiva in quel Mondiale militarizzato?

Quel Mondiale è stato lo strumento usato dal regime di Jorge Videla per mostrare il proprio lato umano. C’era molta differenza tra l’apparente normalità di Mar del Plata – con la sorveglianza allentata – e Buenos Aires, in cui tutto era blindato e controllato. La polizia ci proteggeva costantemente. Tanta, tantissima, era la tensione che si respirava.

Portiere della Roma per sette stagioni. Eravamo agli albori della rivalità con la Juventus. Si vocifera di scontri con il suo allenatore Liedholm. 

Questa è una balla che circola ingiustamente da anni. Con Liedholm c’è stato sempre un grandissimo rapporto. Era una persona straordinaria. Credo di essere stato fra le rarissime persone con le quali si fermava a parlare anche di argomenti non strettamente calcistici. È stato per me come un padre, mi ha insegnato tantissimo. Era un uomo esigente, straordinariamente colto, ironico, con la passione per l’arte. Conservo di lui uno splendido ricordo.

Proviamo a sfatare un tabù: ancora oggi serpeggiano misteri e pruriginose curiosità attorno ai ritiri. Il calcio annovera da sempre calciatori ligi e spericolati bad boy

Liedholm, per esempio – da persona intelligente – sapeva che il ritiro gravava sulle spalle dei calciatori e delle loro famiglie. Dunque, non li appesantiva ulteriormente con limitazioni. L’atmosfera di quei ritiri era piacevole, sana, e non severa. Liedholm era uno svedese attento, non un sergente.

Dove inizia e dove finisce la libertà di un calciatore?

Questo è stato uno dei problemi che ho vissuto da calciatore, nel senso che quando si ha una vita pubblica è molto difficile averne anche una privata. Ho sempre cercato di privilegiare il privato rispetto al pubblico, concedendomi il meno possibile alle cronache proprio perché i valori della famiglia erano superiori a quelli dell’immagine. Oggi tutto è stravolto perché il calcio risponde e si adatta alle regole dello spettacolo, e i giocatori faticano a capire la loro dimensione reale. Noi, invece, sapevamo che la partita – prima o poi – sarebbe finita.

Roma, Verona, Sampdoria e Fiorentina, nelle cui fila ha concluso la carriera. Se potesse tornare in attività in quale squadra vorrebbe tornare a giocare?

Ho fatto parte di squadre che hanno regalato grandi emozioni ai loro tifosi. Ho vissuto il massimo. Non ho rimpianti, tornerei a indossare la maglia di ogni singola squadra con la quale ho giocato. 

Il calcio degli anni Settanta/Ottanta visse momenti anche bui. Sono emersi casi di doping, morti sospette, e il primo ciclone giudiziario del Totonero. Poi Calciopoli e oggi il caso Catania. Ma questo calcio di quali riforme avrebbe bisogno?

Con gli attuali dirigenti è impossibile fare delle riforme, mi creda.

Gli stadi di proprietà e l’avvento della tecnologia possono essere un’evoluzione e un primo rimedio per l’intero sistema?

L’evoluzione è nelle persone, più che nelle cose. L’evoluzione è – soprattutto – crescita culturale. Il limite del nostro calcio sta proprio nei suoi rappresentanti. Probabilmente ci americanizzeremo ancora di più, ma questo non servirà a spianare la strada ad alcuna rivoluzione concreta.

Gli introiti televisivi, gli sponsor e i diritti sportivi stanno incidendo notevolmente sul calcio continentale. Esiste la possibilità che, nei prossimi anni, la demarcazione tra club ricchi e meno ricchi diventi irreversibile e che vi siano Superleghe tipo NBA e tornei nazionali minori?

Sarà questo il futuro, ne sono convinto. Il mondo si sta globalizzando. Alcune partite si giocano già in Paesi estremi. Il calcio, essendo un business, deve sottostare a delle regole.

Paolo Conti oggi
Paolo Conti oggi

Il calcio continua a essere un fenomeno sociale, una febbre collettiva. Frequentando ancora l’ambiente, le capita di respirare ancora il romanticismo e l’autenticità del calcio dei suoi vent’anni?

Non è più la stessa cosa. Oggi c’è una grandissima offerta di calcio, è innegabile, ma le società calcistiche non sono quasi più sportive; si occupano prevalentemente di immagine e comunicazione. Lo sport de miei vent’anni non esiste più.

Oggi svolge la professione di procuratore sportivo. Perché in Italia le squadre di A non si sbilanciano decidendo di investire sui giovani?

Perché è più semplice e facile prendere un prodotto semi-lavorato.

Paolo Conti tifa per?

Non tifo per una squadra in particolare, ma per il bel calcio e per gli allenatori coraggiosi. Il coraggio è una virtù che manca nelle attuali società.

Chi vince il prossimo scudetto?

Direi che la Roma sia una squadra attrezzata bene. Occorre fare attenzione perché a volte basta un granellino di sabbia per inceppare un ingranaggio perfetto.