Le vedute metafisiche e crepuscolari di Mauro Reggio

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MR-05-13-campagna-romana-35x70“Eccellente pittore”, lo ha annoverato tra questi Camillo Langone, anzi eccellentissimo, a metà tra Piranesi e Canaletto, ma in versione pop, Mauro Reggio (classe 1971 da Rocca di Papa) è forse il miglior vedutista italiano, certamente è il massimo vedutista romano. Se di primo acchito il suo può ricordare il lavoro del milanese Marco Petrus, che in verità è più tagliente e sta virando verso l’astratto geometrico, mirando a fondo si scopre l’originalità di Reggio: la tensione metafisica delle architetture vissute come un’ossessione, per esempio il palazzo della civiltà italiana (il cosiddetto “colosseo quadrato”), o gli scorci della stazione Termini presi da via Giolitti, si stemperano in colori piatti da surrealista post moderno, i cieli aranciati o rossi rosati, o di un azzurro pervinca od oltremare, che non esistono in natura fungono bene da fondale alla città immaginata ed amata dal pittore.

In mostra a Venezia in occasione della Biennale (al padiglione della Repubblica Araba Siriana, sull’isolotto di San Servolo), le tele di Reggio sono un godimento per la vista: la città, quasi esclusivamente Roma, viene catturata nella luce più meridiana, come per un eterno tramonto in cui certo – si desume – agonizza la civiltà, ma felicemente, senza sussulti, quasi per una eutanasia lunga e dolcissima. Lo ha compreso il critico Gianluca Marziani: “La stesura è raffinata e morbida, in apparenza uno specchio realistico della forma urbana. In verità, l’artista modifica la percezione di luci e colori, creando atmosfere sospese, sempre più stranianti, mai univoche. L’assenza di figure umane e gli scarti d’ombra contribuiscono alla sospensione del clima urbano, ricreando una metafisica crepuscolare che lascia galleggiare le sensazioni percettive”.