Contro l’abuso, voglio il diritto di non accedere a Internet

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In principio fu la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo”, stipulata a Ginevra nel 1924, reduci dalla Grande guerra. Poi ci fu la  “Dichiarazione universale dei diritti umani”, era il 10 dicembre del 1948, appena varcato il trauma della Seconda guerra. Poi vennero i “diritti dell’animale” (15 ottobre 1978), i “diritti dell’infanzia” (20 novembre 1989).

Adesso l’Italia è fiera di aver pensato per prima una “Dichiarazione dei diritti in Internet”. Mentre sarebbe necessario sancire il dovere, almeno un giorno alla settimana, di fare a meno di Internet, il Governo italiano, sulla soglia di un massacro planetario (fatto di sbarchi perpetui, di guerre e di tensioni religiose), strologa su Internet. Che oggi c’è e domani potrebbe non esserci, ma che viene considerato come una acquisizione eterna, più notevole di Dio. «Il diritto fondamentale di accesso a Internet» è il secondo punto della carta.

Ma io vorrei anche avere il diritto di non accedere a Internet. Di preferire un dialogo a tu-per-tu rispetto a una mail, di vagare in un bosco vero, con alberi e passerotti, piuttosto che restare ingabbiato nella Rete. Invece niente. La carta dei diritti sembra più una dichiarazione dell’obbligo di avere Internet in casa. Per farci dominare meglio. Una forma di discriminazione a contrario, per cui chi vive di libri, di vita e di rapporti umani è culturalmente un poveretto rispetto a chi ha due occhiaie così perché è rimasto connesso al labirinto della Rete tutto il santo giorno. Io non ci sto, stacco tutto.