Aqua Aura sbarca a Barcellona (ovviamente) alla H2O

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Due sedi e tre mostre per l’artista italiano Aqua Aura (nato a Milano nel 2009) a Barcellona: una recherche che corre sul binario delle dinamiche artistiche, dal punto di partenza del fare arte così come la concepisce l’artista stesso, al mostrare l’arte ovvero al rapporto dinamico (o l’illusione che lo sia) fra l’osservatore e l’opera esposta. Esposta si diceva.. ma secondo quale criterio? Nel caso di Aqua Aura si tratta di un percorso magistralmente costruito fra nascondimenti, percezione del se e… choc termico.

D’ouverture, varcata la soglia della galleria H2O, pare di trovarsi nella condizione di scegliere fra l’incertezza e la prigionia: tra un entrata laterale – si direbbe “di servizio”- e una porta d’ingresso, istintivamente si rivolge l’attenzione alla porta (com’è prevedibile e meccanico il pensiero umano!) che in questo caso non consente di arrivare in alcun luogo se non con lo sguardo, alla figura/maschera illuminata che pare incarcerata per due volte – la prima dal light box nel quale è stampata, la seconda dalle grate del vetro.

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Una volta dentro la sala, di nuovo l’occhio viene assistito e indirizzato dalla luce dei faretti sulle opere- la serie Frozen Frames – appese alle pareti imballate in gommapiuma celeste, carta bianca e cellophane. Tagli nell’imballaggio creano piccole finestre che danno la possibilità allo spettatore soltanto di immaginare l’immagine per la sua totalità. Nell’angolo opposto rispetto al non-ingresso una scala suggerisce l’ascesi, parmi les nouages -di pluriball, verso l’interrogativo del progetto celato. Certo all’osservatore non prende il dubbio della svista, considerando che si trova immerso in quello che (questo sì, si rivela) è evidentemente un site specific che simula la provvisorietà di un magazzino. Fra gli scatoloni sono disposti i light box della serie Portraits Survivants e la sala seguente proietta un commovente video che racconta l’arte attraverso le testimonianze dell’artista, del gallerista della H2O e di un ulteriore personaggio, in certo senso anch’egli una maschera, che spiega come la sua esistenza trascorra immersa nello scavare, semplicemente inteso come lavoro fisico, un compito dato, senza altro scopo che se stesso. Il video in questo senso assolve alla funzione di psicopompo, crea cioè un passaggio di natura soprattutto emotiva e trasporta verso la seconda parte dell’esposizione.

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Dal giardino interno della galleria che sembra un piccolo Eden fiorito d’agrumi, si sale dunque una seconda scala, ma manca Giacobbe e non si arriva al cielo, bensì in un limbo archeologico dove passerelle di ferro percorrono uno spazio di penombra e scavi- gli scavi mostrati nel video. I reperti sono qui sostituiti da comparse umane– i Portraits Survivants appunto, apparizioni luminescenti sospese nell’incertezza della loro condizione, immobili e congelate come e più dei Frozen Frames. E così istintivamente il tono di voce si abbassa sin quasi ad eludere il dialogo, come ci si trovasse sopra ad un santuario precipitato, abitato da sopravvissuti distrutti nei visi nei corpi e soprattutto nell’anima. La parte drammatica della vita, oscura, latrata di disperazione. Insorge a questo punto uno strano disagio, e si resta incerti se siano i personaggi a non gradire la nostra presenza o noi la loro.

Ultima tappa del percorso espositivo l’Istituto Italiano di Cultura, situato in una traversa di Carrer d’Aragó, dove si trova la Fundació Tàpies, e a pochi passi dal Passeig de Gràcìa, tra le case Amatller e Batlló, la Pedrera e la Fundació Sun~ol. Nell’elegante palazzina trova posto l’ultimo metaluogo di Aqua Aura: in termini fisici e sensoriali la canicola estiva si annulla improvvisamente per effetto di freddi venti del Nord, simulati acusticamente da una traccia audio con l’accompagnamento orchestrale di ventilatori da terra e climatizzatore puntato sui 15 gradi, che soffiano all’interno della sala espositiva. In questo caso le carte degli imballaggi dei Frozen Frames sono state tagliate in modo da creare un turbinio di frange che come una macro installazione convergono in linee bianche verso il centro della sala. L’osservatore per riuscire a vedere le immagini è costretto ad esporsi alle “correnti” e insinuare l’occhio tra le strisce di carta sferzanti.

Sinfonia di venti di un artista viaggiatore, non in una notte d’inverno ma in un giorno d’estate, che ci assicura un biglietto senza meta, ma in prima classe, di domande aperte sull’umano e sull’irrisolto. E come ricorda la curatrice della mostra Carolina Lio, sull’importanza di non risolverle.

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> Aqua Aura
The Hidden Project

fino al 7 agosto

– Galeria H2O
Carrer Verdi, Barcellona

– IIC (Istituto Italiano di Cultura)
Passatge de Méndez Vigo, Barcellona