Il Senato esplode. Ma a tutti piace la Boschi

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Più è moribondo, più il Senato partorisce gruppi parlamentari che sono fedeli alla maggioranza in quanto maggiorata. Ne sta nascendo il decimo e quasi 4 derivano direttamente da Forza Italia: Nuovocentrodestra-Udc, alias Area Pop, il meridonalista Gal, Conseriformisti di Fitto e la nuova Alleanza Lib-Pop-Aut di Verdini. 

I nuovi 11 o forse 13 verdiniani hanno  prosciugato Gal, per la solitudine di un Mauro Mario. Ed azzannato i fittiani che hanno perso subito 2 dei 12 nomi di partenza. Fanno già capolino 3 senatrici ex leghiste per Fare, il nuovo partito di Tosi, in attesa dell’arrivo dell’Italia Unica passeriana. Se Fitto cerca  di scimiottare Cameron, salta fuori un Tajani a proporsi come avatar italico di Juncker. 

Martino e Moles si preparano a costituire la liberale Rivolta l’Italia. Le “Vittime della giustizia e del fisco” di Diaconale hanno trovato rappresentanza grazie al senatore Giovanni Mauro, che se decidesse nei suoi spostamenti di seguire  Verdini, trasformerebbe le vittime in nuovi sostenitori renziani.

Attorno all’eredità forzista, che sia pure ridotta a 43 senatori, resta ancora il 2° gruppo di Palazzo Madama, la contesa è tra sigle nuove, mai viste dall’elettore, o confuse nel gioco di coalizione. Game cui si è adattato lo stesso Berlusconi che in pochi mesi ha ideato  almeno tre nuove formazioni: Partito repubblicano, Altra Italia, Casa delle speranze, chiamando improbabili 20 saggi a decidere per la migliore.  

Il fato dispettoso scherza con nomi noti e notissimi, membri di governi passati e presenti come Bondi e Della Vedova se non addirittura già uomini della provvidenza come Monti, tutti costretti a sottostare alle regole di gruppo dei fedelissimi di Tsipras e di  altri comunisti vari. Vede Tremonti vivacchiare nel gruppo della ex promessa Lega Sud. Ed il presidente risorgimentale per eccellenza al seguito degli altoatesini, eredi del secessionismo di Magnago.

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Casini deve ostentare amicizia ad antichi contendenti dell’eredità Dc, come Schifani e Formigoni, I socialisti di governo si nascondono nel gruppo autonomie, i Verdi eliminati dal voto nel Gal, vendoliani ed i redivivi dipietristi nel gruppo misto.

La confusione mette in ombra che a Palazzo Madama non c’è più maggioranza. Non tanto per i 3 gatti civatiani o per il solito senatore Ncd messo agli arresti domiciliari, quanto per i  25 ribelli Pd che pretendono un Senato elettivo bloccando di fatto la riforma istituzionale della ministra Boschi. 

La Forza Italia, uscita dal voto di due anni fa, oggi sarebbe più forte dei sostenitori del governo. Non fosse che nel tempo si è mezzo sbriciolata, divisa, nel percorso delle trasformazioni, tra gli amici della Boschi riformatora (50 verdiniani-alfaniani) e quella taccoleopoldata delle primarie (60 fittianforzisti). 

I due (o quattro, sedici, ecc.) gruppi quasi non ricordano oggi cosa fu quell’ansia di primarie che apparve la killer application di ogni guaio democratico. In suo nome si consumò la prima scissione del corpaccione del Pdl, salutata trionfalmente dal trio Meloni, Fitto e Tosi (con l’aggiunta di Crosetto).

Alla prima difficoltà, l’intesa antiverticistica di quei giovani è saltata. Perso per strada Crosetto, Tosi è stato sacrificato alla subalternità, denunciata dal neofittiano Corsaro, dei Fratelli alla Lega. Fitto che litigava per uscire da FI, ha perso il corpo a corpo con il partitone per rientrarvi.   

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La giovane destra rincorreva le primarie, elette a regola generale dall’avversario ed i tacchileopoldati di sinistra, giunti al potere, le hanno abbandonate come strumento cervellotico, causa di divisioni clamorose, sconfitte plateali e inattese.

Nessuno ricorda più perché le primarie fossero importanti. Tutti però concordano che alla Boschi il ministero dona. E non credono più che l’economia migliora, se si eliminano Province, Cnel, Senato; se si elegge un Parlamento di giovani bagnini e signore bagnanti; se le veline di Striscia non ballano più in bikini. 

Il governo della Fusinistra passo dopo passo sdogana il programma di governo della destra, aggiungendovi ulteriori inusitate asprezze reazionarie. E si affretta. Boschi in testa, ad abbandonare tutte le sciocchezze inventate a suo tempo per far cadere dal potere il centrodestra. 

Anche solo con un centinaio, tra fedeli ed ascari socialisti, Renzi conta di sfangarla grazie all’incapacità congenita dei senatori Pd di votare contro il governo del loro segretario e l’insperata attrazione che la Boschi esercita tra gli eletti a destra. 

Dove c’era il più grande partito dei moderati, mai visto prima, si allarga un pantano, cojonato dalla buona fede nei tanti allarmismi democratici oggi dimenticati. Lo sfarinamento in mille formazioni mantiene solo un’unità, il comune “Ci piace la Boschi”, con le varianti di chi la preferisce fine, fitta o fasciata stretta stretta.

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4 Commenti

  1. A questo punto sarebbe preferibile se in parlamento sedessero delle autentiche puttane con cui i patti sono chiari sin dall’inizio. Si negoziano prezzi e prestazioni e si evitano malintesi.

  2. a questo punto c’è da chiedersi: ma a tutti piace la boschi quale politica o le tette della boschi ?????

  3. Propongo che i vari gruppi parlamentari si uniscano in un solo “gruppo delle poppe” idee politiche i transfughi non ne hanno, di capacità neanche a parlarne. Hanno sviluppato solo un senso: quello del profumo di fre…sia.

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