CineCult. L’ Amore tossico di Claudio Caligari

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Una scena di Amore tossico
Una scena di Amore tossico

Ve li ricordate quei due tossicodipendenti che si incrociano sul pontile di Ostia? Non è l’inizio di una barzelletta. Enzo chiede a Roberto (detto Ciopper): “Ma in finale tu quanto c’hai?”. Lui risponde: “C’ho i du’ scudi de prima. Anzi, meno. Me so’ preso ‘n gelato”. Enzo spalanca gli occhietti minuscoli dietro i suoi grandi occhiali: “Ma come, dovemo svorta’ e te piji er gelato?!”. Amore Tossico (1983) del compianto Claudio Caligari racconta la grande diffusione della droga in Italia sul finire degli anni ’70 – inizio ’80 attraverso dialoghi e situazioni presi direttamente dalla strada. È il gergo romanesco con sopra il gergo della droga con sopra il gergo della malavita.

“Du’ scudi” sono due pezzi da cinquemila lire. “Svorta’” significa trovare una situazione favorevole, racimolare, rubare i soldi per comprarsi la roba, un ossessione che caratterizza le giornate dei personaggi del film. Poi Cesare, il protagonista, se ne esce con altre battute memorabili, come “Evvai enzima!” mentre si buca e “’ndo s’annamo a spertusà a venazza?”, roba da far sbracare dalle risate i fan più giovani che oggi tappezzano il web con citazioni ed estratti della pellicola. Ma da ridere c’è ben poco se si pensa che gli attori del film sono tutti tossicodipendenti o ex e che la loro interpretazione così veritiera non è frutto di corsi all’Actors Studio, bensì di anni e anni passati a correre avanti e indietro nel tunnel della droga. Caligari e Guido Blumir (sceneggiatore) li vanno a stanare e se li studiano per un anno. Poi li prendono come “consulenti” e decidono di fare un film di finzione ispirato alle loro storie.

Una scena di Amore tossico
Una scena di Amore tossico

Oltre alle situazioni grottesche di questi ragazzi smilzi dai volti scavati alla disperata ricerca di eroina, escono fuori tante scene e battute dai toni forti. Cesare che imbratta una tela sudicia col sangue della sua siringa e dice: “Questo sì che ‘n quadro vero. Fatto de vita. Fatto de morte. Fatto de sangue, de sangue nostro”. Oppure Loredana che si buca il collo (chi è sensibile agli aghi si chiuda gli occhi!): era appena uscita dal carcere e voleva farsi, la troupe la convinse a usare un farmaco neutro e non eroina. E poi c’è la periferia romana, altro protagonista indiscusso. Da Ostia a Centocelle e zone limitrofe. Lì ci sono i ragazzi sfornati da Mamma Roma, quelli delle borgate sottoproletarie post-pasoliniane, i figli di Accattone. Mariuccio, che ogni due per tre guardava in macchina, a Casal Bertone ancora se lo ricordano come “lo sceriffo”: morto di AIDS sul finire degli ’80, quando neanche si sapeva l’AIDS cosa fosse. Così come Cesare, Loredana e Patrizia. Ciopper invece si ripulì e si diede al teatro, prima di morire in Africa di malaria. Angeli bruciati dalla droga.

E quale luogo può scegliere un bravo regista come Caligari per girare la scena in cui uno di questi angeli, Michela, ha le convulsioni per una pera di coca? Il monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini, situato nel punto dell’idroscalo di Ostia dove venne ritrovato il corpo martoriato di PPP. E la grande critica come reagì?

A Venezia 1983, il film viene sbattuto in una sezione marginale e durante la conferenza succede il finimondo. Marco Ferreri, ai massimi storici della sua iconica grassezza, risponde così a Tatti Sanguineti che fa polemica sulla scarsa qualità della presa diretta dell’audio: “Tu non capisci un BIP! Questo film è un capolavoro!”, mentre tutti i vip tra cui Monica Vitti, Dario Fo e Franca Rame lo guardano sbalorditi. Tra loro c’è anche Cavallo Pazzo che minaccia di farsi una pera davanti a tutti in diretta. Girato in un mese a budget bassissimo, “con 4 lire” conferma Caligari “e non senza difficoltà” (gente arrestata poco prima del ciak, sosia presi al volo per strada per finire le scene, crisi di astinenza di alcuni attori durante le riprese). Le scene del pestaggio in carcere e dell’eroina che circola tra le celle non vengono girate perché “al sistema davano fastidio”.

Claudio Caligari (Arona, 7 febbraio 1948 – Roma, 26 maggio 2015)
Claudio Caligari (Arona, 7 febbraio 1948 – Roma, 26 maggio 2015)

Un uomo controcorrente Caligari, precursore, che prima di morire dice di se stesso: “Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film”. Gli rispondiamo e lo salutiamo col ricordo di uno dei suoi amici più stretti, Valerio Mastandrea: “Questo deve accadere a un regista che vede sfumare i propri progetti per motivi enormi o a causa di persone piccolissime. […] È stato forse l’ultimo intellettuale vecchie maniere. Con la capacità di sporcare la propria anima e la propria intelligenza del nucleo essenziale di quello che si apprestava a raccontare […]. Claudio ha perso ai rigori, che si sappia questo. E ai rigori non è mai una sconfitta reale”.