Riccione non è più la capitale degli eccessi (nonostante la tragedia del ragazzo morto per overdose)

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Tutto il contrario di quello che dicono. Riccione, fatevene una ragione, non è più la capitale della movida, l’epica del divertimentificio. Più che palestrati dalla chioma leonina in surf e vitelloni in Jaguar adesso, sul benamato viale Ceccarini, vedete sfrecciare le carrozzine, i babbi che rincorrono i figli, la famigliola felice. Questa è la verità. Non quella che propongono i tiggì, per condire il fattaccio (doloroso, terribile) del sedicenne morto durante una notte fatale stroncata dall’ecstasy. Un fatto che, secondo quella dinamica banale e tremenda, poteva accadere ovunque. A Riccione come a Milano come a Forte dei Marmi o a Venezia.

Nel bene (o nel male) Riccione non è più la capitale degli eccessi, quella è Ibiza, il Cocoricò non è un antro infernale, ma un fenomeno che si studia all’università (la Biennale di Venezia dello scorso anno, sezione “Architettura”, ha dedicato un convegno a “La piramide e il distretto del divertimento italiano”, analizzando, testuali parole, “il sistema delle discoteche e dei dj tra gli anni ’70 e la metà dei ’90”), è un reperto archeologico di un’era che non c’è più.

Adesso a Riccione si litiga sugli orari in cui è permesso sparare la musica, si specula sul livello dei decibel consentiti, una guerra al “disordine relativo alla musica nei pubblici esercizi” (con stop alle 24) portata avanti con energia dall’attuale Amministrazione. Riccione, che paradosso, piuttosto, è tentata dalla cultura: quest’anno festeggia Pier Vittorio Tondelli, premiato proprio nella Perla Verde, con il testo teatrale Dinner Party, nel 1985. Ma non si riconosce più nella Riviera degli eccessi amata dallo scrittore di Correggio, che ormai fa la figura di uno Schliemann davanti alle mura di Micene, va letto con il cuore intinto nell’amarcord.