Zambrano, Chaplin e le donne barbute

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maria zambrano
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Finalmente parliamo di una donna: Maria Zambrano (1904-1991). L’essere pensatore suonava strano persino a lei: “Una filosofa, nella Spagna degli anni Trenta, era quasi ‘una donna barbuta’, una curiosità da circo”. Una dichiarazione in tono con il gusto del paradosso tipicamente spagnolo. Che peraltro ci porta dritti al tema, cioè al libro: Il Pagliaccio e la filosofia (a cura di Elena Laurenzi, Castelvecchi, pp. 46, € 7,5). Il pagliaccio barbuto lo è, ma solo all’occorrenza, di norma invece è una maschera. E a questa figlia di Socrate garba non poco: vi ritrova i tratti di Don Chisciotte, il cavaliere di Cervantes reso pazzo dall’insania dei tempi.

Ma procediamo per ordine. Corre l’anno 1953, Zambrano, esiliata per motivi politici, vive all’Avana. Allieva di Ortega y Gasset, esistenzialista e vestale di un’ipotetica aristocrazia culturale che possa custodire le tradizioni spirituali minacciate dall’avanzata della sub-cultura di massa, prende una pausa dalla critica del razionalismo alla Miguel de Unamuno e si occupa di cinema. Scrive due articoli per un giornale cubano in occasione del ritiro dalle sale di Le luci della ribalta di Charlie Chaplin, accusato di comunismo e bandito dal paese, qui presentati per la prima volta in lingua italiana.

cop.aspxZambrano ama Chaplin. Tuttavia la sua non è una difesa personale né politica. È un tributo al suo genio: “Charlot, l’uomo solo, senza patria, uno dei parenti più prossimi del nostro Don Chisciotte, come lui servitore innocente e indefesso della giustizia vivente”. Non si creda tuttavia a un’adesione sentimentale al personaggio. Per Maria il pagliaccio è quasi un tema metafisico: incarna la beffa eterna di Dioniso come l’intese Nietzsche: “tutto ciò che è profondo ha bisogno di una maschera”. La maschera è una figura cristologica e al contempo pagana, che ha attraversato i millenni con il suo riso feroce inscenando il sacrificio di sé nel nome della ribellione alle vacue convenzioni sociali: “La morte è la maschera del pagliaccio classico, una delle creazioni più geniali della nostra cultura occidentale”, scrive. Egli è il solo che, schiaffeggiato, porga davvero l’altra guancia in “una civiltà che si dice cristiana”.