Antonio Moresco, scrivere per svergognare l’aldilà

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antonio-morescoPer fortuna non è morto (o forse sì, chissà). «Sono nato il 30 ottobre 1947, all’imbrunire, brandello di carne rigettato con furia da un altro corpo, concepito nove mesi prima da un soldato reduce dalla più grande guerra mai combattuta su questo pianeta e da sei anni di campo di concentramento, e da una domestica non più giovane, sventrata al momento del parto dalla mia grossa testa infelice. Sono morto il 30 ottobre 2010, nel cuore della notte, investito da una macchina mentre camminavo per strada succhiando un tronchetto di liquirizia e fantasticavo».
Questo è l’incipit dell’ultimo libro di Antonio Moresco, Gli Increati, così bello che Mondadori lo stampa in stampatello sulla copertina, per cui potete segarlo con un taglierino, incastrarlo in tasca come un monito, un amuleto, un monolite. Perché è tanto bello? Perché Moresco estremizza, alza il tiro, rende epica ogni cosa, avveniristica, avventata, avvenuta millenni fa, in avvenire. Antonio Moresco è nato, effettivamente, il 30 ottobre del 1947, l’anno in cui furoreggia Fausto Coppi, in cui la Spagna diventa una monarchia guidata da Francisco Franco, in cui negli Stati Uniti scoprono dei reperti Ufo (è il cosiddetto “caso Roswell”), in cui l’Etiopia si libera dell’Italia, il re Michele rinuncia al trono rumeno e William Wyler vince l’Oscar con I migliori anni della nostra vita. Per fortuna, però, Moresco non è morto il 30 ottobre del 2010. O forse si. O forse chissà.

Quell’altro libro, l’inaspettato. Nel 2010 Moresco muore? Secondo me è morto l’anno prima, quando Mondadori pubblica tutte insieme le tre parti dei tormentati Canti del Caos (nel 2001 la prima porzione uscì per Feltrinelli, nel 2003 la seconda per Rizzoli), libro inquieto e inquisitorio, totale, conclusivo. Però c’è qualcos’altro. Qualcosa di assoluto, di supremo, che violenta. Moresco ne parla già dieci anni fa, ne Lo sbrego (stampa Bur), uno dei più bei libri sulla letteratura di questi ultimi annientati anni. Parla di «quell’altro libro che mi è apparso di colpo, inaspettato, sotto gli occhi di tutti eppure mai tentato». Quel libro pazzesco, senza il quale è come se Moresco, lo sente, non avesse scritto nulla, quel libro per cui, prevede, «avrei bisogno ancora di una decina d’anni». Ed eccoci qui, dieci anni dopo.

Percorrere l’impossibile. Gli Increati è un romanzo che non si può leggere. Un romanzo che va al di là della comprensione vigile e vivente. Un romanzo che parla di vivi e di morti, coagulati, di città esplose e di concetti esplosivi («Credo che tutta la nostra vita e tutto il nostro mondo e tutta la nostra specie siano un residuo buio di qualcosa che si trova da qualche altra parte dentro un buio ancora più profondo e più nero»), che certamente ricorda il viaggio oltremondano di Dante, ma che ancor di più è memore dei viaggi angelici, sgrammaticati e viscerali di Enoch, il personaggio biblico che «camminò con Dio, poi scomparve perché Dio l’aveva preso» (Gn 5, 24), che «piacque al Signore e fu rapito» (Sir 44, 16) e a cui sono affibbiati una serie di mirabolanti apocrifi che ne educano le terrifiche visioni celestiali. Questo libro impressionante, di oltre mille pagine, senza dubbio può essere letto come una catastrofica avventura, come si leggono, chessò, il Don Chisciotte e I viaggi di Gulliver e l’Anabasi di Senofonte, ma ancor più va aperto a caso, consultato saltuariamente, come un oracolo che non porta liete novelle. Quando lo leggo, mi viene in mente La morte di Virgilio di Hermann Broch, non tanto per la coincidenza stilistica, quanto per la poetica. Mi ricordo le parole di Ezio Raimondi riguardo a quell’insormontabile capolavoro, «Forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo. È una specie di straordinaria sconfitta, che però porta il raccontare oltre le sue strade correnti, con la consapevolezza che oltre un certo limite non si può andare», e mi pare che si possano incollare anche sul libro di Moresco. Perché c’è sempre un limite da superare, un al di là da svergognare.

Il genio in Riviera. Rullo di tamburi: sabato Antonio Moresco era a Riccione, in Villa Mussolini. Insieme a lui, due attori, Silvio Castiglioni e Daniela Giovanetti, che hanno recitato alcuni brani tratti da La lucina, il racconto (una specie di spin off de Gli Increati) pubblicato da Mondadori nel 2013. Si è parlato della vita, della morte e del nulla. Scandalizzando i «reazionari e retrivi e spaventati e vigliacchi che si fingono anarchici in arte» e gli «avanguardini accademici irresponsabili», domandandosi «Che cosa sono le parole? Che cos’è il racconto? Che cos’hanno raccontato o creduto gli uomini finora?», come dice Moresco. Capire se Moresco è davvero morto o è un immortale.