Quando il tacco 15 era un lusso da imperatori

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Nocole Kidman a Cannes
Nocole Kidman a Cannes indossa scarpe fetish

La poiana Azuma. Il fischio definisce la sfera dentro cui vola la poiana. Il rapace domina la valle, il fischio è un modo cavalleresco, forse, per avvisare le prede che oggi moriranno. «Vedi, quello è Azuma», mi dice Marcovinicio, l’unico artista a cui mi lega una condivisione di poetica assoluta, da difendere a colpi di coltello. «Azuma conosce l’arte antica di mutare forma, come le divinità giapponesi». Sorridente, Azuma, qualche ora prima, armato di forbici, ha tagliato il nastro inaugurando la mostra Tacco Quindici, fino al 27 settembre nel magnifico Palazzo Assessorile di Cles, in Val di Non, miracoloso borgo accerchiato dai meli. Per la mostra, architettata con gusto e sapienza da Marcello Nebl e Pietro Weber, dedicata alla «scarpa nella storia, nello spettacolo e nell’arte contemporanea», Azuma, allegro novantenne, ha disegnato e costruito dei Gheta, i sandali giapponesi usati dai monaci e dai samurai, per pregare, obbedire, uccidere. 

Kengiro Azuma
Kengiro Azuma

Silenziosa disciplina. Kengiro Azuma è l’artista più importante invitato a Cles. Il padre costruiva campane per i templi giapponesi e il figlio, con rettitudine imperiale, a 17 anni, durante la Seconda Guerra, si arruolò tra i piloti kamikaze. Due giorni prima della missione mortale, il conflitto terminò. Con la stessa determinazione, Azuma percorre l’arte, prima all’Università di Tokyo, poi in Italia, a Milano, all’Accademia di Brera, diventando l’allievo prediletto di Marino Marini. Tra gli artisti più importanti del circondario mondiale, a lui Philippe Daverio dedica una delle puntate più belle di Passepartotut, che beccate ancora in rete, nel 2010. Azuma richiama gli allievi delle diverse Accademie (Milano, Bologna, Venezia, Ravenna) invitati alla mostra: con gesti salutari parla di vuoto, di materia, di semplicità. Ha la purezza degli animali. Su di lui si può affibbiare la didascalia Silenziosa disciplina, concetto con cui Marcovinicio marchia i suoi quadri, da anni. Per la mostra, ha dipinto scarponi rustici, canoe che s’intrecciano, montagne sfrenate. Un elogio del fuorivia, dell’esplorazione radicale, da parte di un artista altro, che alle gallerie preferisce le altitudini, i monti che zittiscono ogni umana, vana ambizione. Tra le opere contemporanee in mostra, al di là del tributo ormai necessario alle “grandi firme” (c’è un Andy Warhol, un Giò Pomodoro e un intenso Renato Guttuso), spicca Franco Rasma (Mehr Licht), per l’incontestabile serietà, il salubre isolamento da cui viene pronunciata la sua opera, mefistofelica (un gatto nero avvolge la coda, lunghissima, intorno alle gambe nere di un ignoto, in delirio metafisico tra Pessoa e Bulgakov), i sandali di Graziano Spinosi in ferro battuto, Santa Teresa, che sembrano elmi medioevali, le scarpe-reliquie di Paola Babini (Reliquia, appunto), sotto teca e martoriate da chiodi arrugginiti e maceria di garze. 

Calzature Pompei, Joan Chen, L'ultimo imperatore, 1987
Calzature Pompei, Joan Chen, L’ultimo imperatore, 1987

Tra Nicole Kidman e il gladiatore. La sezione della mostra che manda in brodo i visitatori, però, è quella delle calzature cinematografiche. Ottenute dal regista Rai Ruggero Miti (per altro autore del video introduttivo alla mostra, con testimonianze di Gianni Morandi, Giancarlo Giannini e Maurizio Scaparro), provengono dal laboratorio mitico Calzature Pompei (per capirci, alcuni loro lavori sono a Londra, al Victoria and Albert Museum nell’ambito della mostra Shoes: Pleasure and Pain): c’è il sandalo di Madonna in Evita e lo stivaletto di Nicole Kidman in Could Mountain, la scarpa di Alberto Sordi ne L’avaro e quella di Donald Sutherland nel Casanova di Federico Fellini. Soprattutto, si fronteggiano il calzare di Chartlon Heston in Ben Hur e quello di Russel Crowe nel Gladiatore

La sintesi. L’essere umano è un migrante, una creatura che marcia e mappa il creato orientandosi con le stelle e una treccia di vento. Da millenni il piede va protetto per preservare il cammino – che sia esodo o sfilata di moda – per una più ampia sopravvivenza.  L’uomo cammina perché è curioso (Ulisse), perché obbedisce a un ordine di migrazione (Abramo), per fondare una nuova città (Enea), per ritornare alla casa dei propri avi (Mosè), perché è stato cacciato dalla propria casa (Adamo), per scoprire perché si muore (Gilgamesh). Questo cammino – fisico e metafisico – è possibile grazie ai calzari, alle scarpe. Solo verso il cielo, nei regni oltremondani, si va scalzi – eppure sulla Luna non è eterna la traccia di un piede umano, ma di uno scarpone. 

Museo Calzatura Vigevano, Calzatura di Beatrice d'Este
Calzatura di Beatrice d’Este