Il Mulino della Serra, facciamolo sopravvivere!

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hqdefaultE poi ti bagni i piedi nelle fresche acque dello Jerapotamo, il torrente che attraversa l’Aspromonte e arriva alle campagne coltivate a ortaggi e cereali dai contadini di San Giorgio Morgeto. Ti sembra di ricevere un secondo e più potente battesimo, che, confermando l’esistenza di Dio, te ne dia una prova indelebile. Dio esiste nella bellezza delle pietre levigate dall’acqua e riscaldate dal sole del Sud, esiste nel profumo della terra grassa e resa fertile proprio dallo scorrere continuo del torrente, timido d’estate, arrogante e impetuoso nei mesi invernali, ed esiste nella paziente opera della gente delle terre, curva ancora come mille e mille anni fa, quasi a testimoniare la sottomissione dell’uomo alla Natura.
E, ancora, negli ulivi dai tronchi contorti e argentati nelle fronde, nell’oro del grano di giugno, nell’ambrosia del miele e questo profumo intenso di zagara e frutta antica. Ti senti in estasi e vorresti non possedere più un cellulare. Né una bussola.

Nel cuore di questa vallata, il Mulino della Serra. Una casa di pietra, un canale di pietra, nessuna concessione alla modernità. Men che meno all’energia elettrica, qui sconosciuta. Da queste parti, tutto funziona alla vecchia maniera. Le origini del mulino si perdono nelle pagine impolverate dei  registri comunali. Della sua esistenza si parlava già durante un censimento del 1600, i cui documenti sono custoditi presso la biblioteca comunale di Polistena, il paese confinante. All’epoca, le acque dello Jerapotamo venivano sfruttate per farlo funzionare sia come mulino che come segheria. Il suo meccanismo di rotazione di «Mulino Greco», peraltro, è testimonianza della sua origine antichissima, in quanto, l’asse rotante verticale è fissata sulla ruota a pale posta orizzontalmente alla base del mulino a differenza della successiva  tecnica costruttiva del «Mulino Vitruviano» ad asse rotante orizzontale fissato sulla ruota a tazze verticale.

Il grande terremoto del 1783 che distrusse la Calabria, cambiando completamente l’aspetto morfologico della Piana di Gioia, rase al suolo anche buona parte dei mulini della zona. Il Mulino della Serra sopravvisse a quell’Apocalisse ed incrementò l’attività per sopperire all’assenza di concorrenza. Già all’epoca, i mulini macinavano sia per conto proprio che su richiesta di altri contadini. E, quando non girava il contante, la ricompensa per il mugnaio era “la decima” del prodotto. Del resto, anche nei mercati paesani e fra la gente povera, l’unica forma di pagamento era il baratto. L’attività del mulino sopravvisse anche per la probabile disponibilità  e generosità di generazioni di mugnai, i quali, consci delle difficoltà dei propri conterranei, non usarono mai la macina come arma, ma la offrirono come strumento. Di prosperità e pace.

Dall’ultimo dopoguerra, a mantenerlo funzionante è stata Concettina Ferraro, una donna forte e tenace che non ha mollato neanche davanti alle evidenti difficoltà portate dal progresso. Chi, del resto, avrebbe potuto fermare l’acqua dello Jerapotamo? E chi, la pietra della macina? Nessuno, tranne lei. E Concettina non lo fece fino a quando le forze non le imposero un po’ di meritato riposo. Attualmente, i fratelli Tramonti, nipoti di Concettina, producono principalmente farina rossa di granturco di propria coltivazione. Ed aprono le porte del Mulino ai visitatori occasionali e alle scuole che, invece, accompagnano gli studenti, di ogni età, per far rivivere la magia della Storia. L’antichissimo edificio meriterebbe un restauro specialistico: è il caso di svegliare le Autorità competenti.