Addio Remo Remotti, il più Off di tutti

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Remo_Remotti_90_anni_di_Regno_della_Fregna-415E’ morto, all’età di 90 anni, a Roma, Remo Remotti. Era nato Roma il 16 novembre 1924 e aveva iniziato la carriera nel cinema negli anni Sessanta, dopo aver iniziato come pittore (alcune sue opere sono presenti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma). E’ stato uno dei cantori più autentici della Roma Moderna. E’ stato poeta, attore, umorista, nonché pittore, scrittore, scultore, cantante e drammaturgo. Ha lavorato, tra gli altri, con Francis Ford Coppola, Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Ettore Scola, i fratelli Taviani, Werner Masten, Peter Ustinov, Nanni Loy, Maurizio Nichetti, Carlo Mazzacurati, Antonello Salis e Carlo Verdone.

Riproponiamo qui un ritratto di Remotti fatto dallo scrittore Massimiliano Parente per il Foglio.

“Lei è un grave nevrotico che non si è mai trovato bene con nessuno e in nessun posto. La Sua nevrosi non dipende dai rapporti sbagliati con Sua moglie, semmai il contrario, i rapporti sbagliati tra voi due dipendono dalla Sua nevrosi”. Questo fu il responso, scritto nel 1968, del professor Mario Gozzano, direttore della Clinica malattie nervose e mentali di Roma, destinato al paziente Remo Remotti, ricoverato in manicomio per essersi messo a correre nudo in una piazza berlinese. “Gesù Cristo era tornato tra gli uomini e non c’erano dubbi: Gesù Cristo ero io”. Ma il caso Remotti non inizia lì. Comincia a covare, in maniera neanche troppo latente, nel bambino nato a Roma il 16 novembre del 1924 (“Scorpione aggressivo, non a caso nato lo stesso giorno di Totò Riina e Tazio Nuvolari”), un bambino che resterà felice fino a quando potrà essere bambino senza che psichiatri e parenti glielo rimproverino, perché poi continuerà a esserlo per tutta la vita, bambino per sempre e felicemente edipico, proprio come il Sigmund Freud mammone da lui scritto e interpretato in “Sogni d’oro” di Nanni Moretti, dove Freud è in realtà un vecchio pazzo che si indentifica nel fondatore della psicanalisi, tra una telefonata a Jung, una “vendita democratica” di opere freudiane allestita per strada in stile Wanna Marchi, e il coricarsi vicino alla cara mamma che gli canta la ninnananna in tedesco.

Felicemente edipico, però, si fa per dire. Remotti conosce piaceri e sofferenze dell’amore materno, tant’è che diventerà padre solo nel 1989, un anno dopo la morte della madre, a sessantaquattro anni. Quando faceva le elementari e vestiva alla marinaretto, alla scuola Guido Alessi in via Flaminia, il virilismo degli educatori fascisti impartiva agli alunni balilla frasi del tipo: “Tu sei un uomo. Ricordati: hai i coglioni”, “Che fai? Piangi? Ma Remo Remotti, con mogli di nome Luisa e registi di nome Nanni Massimiliano Parente “Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai (…), quella Roma di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei ‘che c’hai una sigaretta?’, ‘imprestami cento lire’, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, me ne andavo da quella Roma di merda”. In Perù lavora per una compagnia di taxi, per una compagnia aerea, per una ditta di prodotti plastici, finalmente frequenta una scuola serale di pittura e capisce che quella è la sua strada. Nel 1958 è di nuovo a Roma, e cosa fa? Si veste perbenino, in blu, pedalini lunghi e scarpe tirate a lucido, “cravatta di seta comprata apposta il giorno precedente”, per presentarsi dal dottor Furio Colombo, all’epoca addetto alla selezione del personale della Olivetti, in un ufficio “che emanava da tutti gli angoli il fascino discreto della borghesia”.

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